2018


La Nuova - lun 8.10.2018

La Nuova - Lunedì 8 ottobre 2018

Premio: "UNA VITA NEL CINEMA" 25° edizione 2018
Roma - organizzato dal Sindaco di Vetralla, Sandrino Aquilani

Premiati Daniela Poggi
ed il prestigiatore veneziano Silvan

Premi realizzati dal Maestro Giorgio Bortoli

La Nuova - Monday 8 October 2018

Award: "A LIFE IN THE CINEMA" 25th edition 2018
Rome - organized by the Mayor of Vetralla, Sandrino Aquilani

Daniela Poggi awarded
and the Venetian magician Silvan

Awards made by Maestro Giorgio Bortoli

2018


aIl Mattino di Padova - Mart. 13.11.2018

Il MATTINO DI PADOVA - Cittadella - Camposampiero
martedì 13 novembre 2018
Campodarsego - Il campanile di Bortoli è in Piazza Europa

Il MATTINO DI PADOVA - Cittadella - Camposampiero
Tuesday, November 13, 2018
Campodarsego - The bell tower of Bortoli is in Piazza Europa

2018


aIl Gazzettino - Sab 03.11.2018

Il Gazzettino - Sabato 3 novembre 2018
Un cavallo di Bortoli a Villa Pisani di Stra

Il Gazzettino - Saturday 3 November 2018
A horse of Bortoli at Villa Pisani di Stra

2018


aCopertina Catalogo


Pag. 70
POLYCROMIA 2018
Catalogo d'arte curato da Dino Masarà

con la pagina n. 70, dedicata all'artista Giorgio Bortoli
POLYCROMIA 2018
Catalog of art curated by Dino Masarà

with page n. 70, dedicated to the artist Giorgio Bortoli
2018


aLa Nuova - Dom 16.09.2018

La Nuova - Dom 16.09.2018 - rubrica GIORNO & notte
A Villa Pisani si inaugura
il "Cavallo Rampante"
dell'artista Giorgio Bortoli

The New - Sun 16.09.2018 - heading DAY & night
The "Rampant Horse"
is inaugurated at Villa Pisani
by the artist Giorgio Bortoli

2017


Copertina del Settimanale TUTTO del 21 novembre 2017


aarticolo
a pag. 53

Un Trionfo di Bellezza - Models of Italy 2017
Ottobre 2016

I conduttori della serata, Jo Squillo, Simona Tagli e Gianluca Mech, hanno consegnato i premi "Angeli di Bronzo",
realizzati dal maestro Giorgio Bortoli, ai vincitori del concorso: Mireya Stabile e Luca Pinter

A Triumph of Beauty - Models of Italy 2017
October 2016

The conductors of the evening, Jo Squillo, Simona Tagli and Gianluca Mech, presented the "Angels of Bronze" awards,
made by maestro Giorgio Bortoli, the winners of the competition: Mireya Stabile and Luca Pinter


Angelo in bronzo lucidato, cm 30

2017


Il Gazzettino di Venezia - venerdì 08.09.2017

La Nuova - martedì 19.09.2017

Premio: "UNA VITA NEL CINEMA" 24° edizione 2017
Con il Patrocinio della Regione del Veneto
Lido di Venezia - presso la sala della Regione del Veneto all'interno dell'Hotel Excelsior

venerdì 31 agosto 2017
Il Maestro Giorgio Bortoli premia con una scultura da lui realizzata,
la regista e produttrice cinematografica Camilla Nesbitt per il film "Raccontare Venezia"

Award: "A LIFE IN THE CINEMA" 24th edition 2017
With the Patronage of the Veneto Region
Lido di Venezia - at the Veneto Region
hall inside the Hotel Excelsior

Friday 31st August 2017
Maestro Giorgio Bortoli rewards with a sculpture he created
film director and producer Camilla Nesbitt for the film "Raccontare Venezia"

2017

ATLANTIS - Rivista di affari internazionali
anno VI, n. 2, 2017

Una scultuta veneziana
per New York
in nome dell'acqua,
dell'arte e della cultura

ATLANTIS - International business magazine
year VI, n. 2, 2017

A Venetian sculpture
for New York
in the name of water,
of art and culture

2016

Articolo pubblicato su "Il Poliziotto Penitenziario", numero 21, anno VI, aprile/giugno 2016

"Il Poliziotto Penitenziario", numero 21, anno VI, aprile/giugno 2016

Venezia: l'Anppe partecipa alla conferenza

"Beyond the Ghetto"
(con la partecipazione e collaborazione del Maestro Giorgio Bortoli)

2016



Articolo Pubblicato sul New York Times
10 marzo 2016

ecco la parte dove è citato il Maestro Giorgio Bortoli, segnata in rosso nell'articolo integrale:

"... Davide Federici, un giornalista locale, e lo scultore veneziano Giorgio Bortoli erano presenti, e il rabbino Bahbout, che è molto apprezzato dopo due anni nella comunità, sembrava del tutto a suo agio, come il discorso divagare intorno arte, politica, storia, cinema e cibo..."

 


500 anni di ebraico - Vita a Venezia
Un viaggio in uno dei più antichi ghetti ebraici del mondo,
dove quest'anno una lunga e ricca storia è commemorato.

Con DAVID LASKINMARCH 9, 2016

Anche se è ancora possibile vedere le rientranze delle pareti dove i cardini dei portali, una volta appese, il ghetto di Venezia non è stata una prigione dal Napoleone prese la città e buttato giù le porte nel 1797. Oggi, alcuna barriera o cartello marchi dove finisce Venezia e il suo ghetto di inizio. Si attraversa un canale su un ponte ad arco, anatra attraverso un sottoportego (un tunnel vicolo attraverso un edificio), scompare giù una presa d'aria nel tessuto urbano - vieni e andare proprio come ovunque nel labirinto di questa isola città.

Ma soffermarsi abbastanza a lungo nel Campo di Ghetto Nuovo, il generoso, sfilacciato, piazza alberi screziati che ancora questo angolo di Cannaregio (quiete quadrante nord-ovest della città) e vi sentirete il muro del passato chiusura. Mezzo millennio di storia non trasparire senza timbratura l'anima di un luogo.

Istituito con decreto del doge Leonardo Loredan il 29 marzo 1516, il ghetto di Venezia è stato uno dei primi luoghi in cui le persone sono state forzatamente segregati e sorvegliato a causa della differenza religiosa. Il termine stesso è nato qui; l'area era stata utilizzata come una fonderia ( "Geto" di Venezia dialettale) e nel corso del tempo i residenti poliglotte del quartiere corrotto la parola ghetto.

Ho viaggiato a La Serenissima nel mese di dicembre per vedere come la città stava preparando per l'anniversario della costituzione del ghetto. Una grande mostra chiamata "Venezia, gli ebrei e l'Europa: 1516-2016" (in mostra dal 19 giugno-13 Novembre) era stato previsto per il Palazzo Ducale, e durante l'ultima settimana di luglio, "Mercante di Venezia" di Shakespeare volontà in scena (in inglese) per la prima volta nei confini dove le sue scene più allucinanti si svolgono. Venezia essendo Venezia, ci saranno anche i partiti scintillanti, raccolta di fondi celebrità-riempita e serate di gala in maschera, a partire con le prestazioni solo su invito della Prima Sinfonia di Mahler alla Fenice teatro il 29 marzo.

Ma nel corso della mia visita, quello che sono diventato più curioso circa era lo stato d'animo della corrente comunità ebraica di 450 persone. Venezia è un incredibilmente bella fantasia tale, sembra sorprendente che la gente comune, gli ebrei tra i quali, in realtà ci vivono. Come, mi sono chiesto, hanno famiglie ebree profondamente radicati sentono sulla loro passato - e il futuro - in questa antica città vulnerabile?
La mia prima risposta è venuto dentro l'umile, santuario rettangolare del circa-1532 Scuola Canton, una delle cinque sinagoghe ancora in piedi nel ghetto. Le sinagoghe sono aperte al pubblico solo come parte di visite guidate offerte dal Museo Ebraico di Venezia, e quella mattina solo tre di noi (gli altri due americani ed io) avevano firmato per il tour 10:30 inglese. Eravamo in piedi con la nostra guida, Silvia Crepaldi, ammirando le colonne a spirale tronchi d'albero d'oro che sostengono l'arco sopra la bimah (podio), quando il soggetto del livello dei mari si avvicinò.

"La città sarà vuota prima di affondare", ha detto la signora Crepaldi mestamente. "Venezia si sta restringendo sotto i nostri occhi."

L'esodo urbana di Giudei e Gentili è andata avanti per un po 'di tempo, anche se il ritmo si è accelerato negli ultimi anni.

Quando il ghetto era al suo apice nel 17 ° secolo, 5.000 ebrei provenienti da Italia, Germania, Francia, Spagna e l'Impero Ottomano scavate piccole, feudi distinti, ognuno mantenendo la propria Sinagoga, tutti stipati in un acro e un quarto di vicoli e cortili. Confino era un peso, ma anche fornito l'occasione per lo scambio culturale senza precedenti nella diaspora. Come Jan Morris, un devoto di Venezia e una volta residente, scrive in "Il mondo di Venezia," la città è stato un "tesoro-box" pieno di "avorio, spezie, profumi, scimmie, ebano, indaco, schiavi, grandi galeoni , gli ebrei, i mosaici, brillanti cupole, rubini e tutte le bellissime materie prime d'Arabia, Cina e le Indie. "

mercanti e banchieri ebrei erano vitali per il flusso di questi prodotti, ma, come ha rifiutato di Venezia, la presenza ebraica diminuì. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Venezia ebraico era ridotto a 1.200 residenti. Oggi, con una popolazione totale della città si aggirano intorno a 58.000 (in calo da 150.000 prima della guerra), ci sono circa 450 ebrei veneziani a sinistra, solo una manciata di loro risiede nel ghetto.

"Così ora il ghetto è solo un guscio?" Mi sono chiesto ad alta voce la signora Crepaldi ci ha portato in tutto il campo, su un ponte, lungo una strada di negozi interessanti dall'aspetto, e in una più stretta, piazza Grimmer (il Campiello delle Scuole o "piazzetta delle sinagoghe"), affiancato da due scuole sefardita.

La risposta alla mia domanda è stato rivelato all'interno di uno di questi: il sontuoso Scuola Grande Spagnola (Grande Sinagoga Spagnola), forse l'opera di Baldassarre Longhena, famoso architetto di Santa Maria della Salute del 17 ° secolo. Dopo che avevamo guardato la nostra riempire il soffitto a cassettoni di forma ellittica e il frontone nero-colonne che incornicia l'arca del patto; dopo aver allungato il collo di intravedere la balaustra in legno di ciliegio e pannelli diamante tratteggiato che schermano il matroneo al piano superiore; dopo che i nostri occhi si erano immersi nel bagliore d'argento di candelabri e la luce soffusa di vetri di bottiglia di vetro cremisi-tenda, la signora Crepaldi ha indicato le targhe di ottone apposte i banchi. "Questi sono i nomi delle famiglie che pagano di affittare le proprie sezioni panchina," ci ha detto. "Queste famiglie pregano ancora qui. Questa sinagoga è usato in estate e in inverno si passa alla Scuola Levantina perché è riscaldato. La comunità ebraica veneziana può essere piccolo, ma è ancora forte. "

Calimani e Sullam - due dei cognomi incise su quelle placche - sono apparsi in lettere minuscole dal buzzer ho premuto alle 10 del mattino successivo. Riccardo Calimani, lo storico stimato dell'ebraismo italiano e autore di un libro sul Ghetto di Venezia, mi aveva dato indicazioni molto precise per la sua casa fuori dalla Strada Nuova (una rara arteria rettilinea fornito di negozi ristorazione di più per i residenti che turisti).

Che il signor Calimani aveva trascurato di dire nella sua e-mail è che vive in un palazzo: una luce-bedazzled, impennata soffitti, Art- e le suite del Rinascimento pieno di libri che si affaccia sul Canal Grande. Come mi ha introdotto nel suo studio principesco, l'ampio, urbano Sig Calimani mi ha colpito come una sorta di ultimi giorni doge ebraica.

"La famiglia di mio padre è arrivato a Venezia dal nord Italia nel 1508", ha detto, rallentando il suo italiano verso il basso per un tempo ho potuto seguire. "Il mio antenato Simone Calimani è stato autore di una morale Trattato [trattato morale], stampato nel 18 ° secolo, quando la pubblicazione ebraica era fiorente qui. Mio nonno era il cantore nella Scuola Levantina, anche se le nostre radici non sono levantina, ma italiano e tedesco. "La storia veneziana della famiglia Calimani, mi sono reso conto, coincide quasi esattamente con la storia del ghetto.

Il palazzo appartiene alla famiglia di sua moglie, la Sullams, ebrei spagnoli che si rifugiò a Venezia dopo l'espulsione dalla penisola iberica alla fine del 15 ° secolo. Sapevo che, dalla lettura Mr. Calimani "Il Ghetto di Venezia" (1988), che gli ebrei italiani e tedeschi, il primo e più povero di stabilirsi a Venezia, era stato consegnato alla vendita di stracci e l'esecuzione di banchi di pegno, mentre i grandi mercanti di Venezia sono stati eventuali ritardi dalla Spagna e il Levante.

Con profumi stuzzicanti che si diffondeva fuori dalla cucina a scomparsa e la luce vellutata dell'inverno brunitura migliaia di spine in pelle, ho potuto assaggiare praticamente la storia che aveva reso possibile questa stanza. Il palazzo può essere straordinaria, ma la convergenza di correnti cosmopoliti in casa Calimani / Sullam è tipicamente veneziano.
l'abbandono del ghetto delle loro famiglie è anche tipico. Non appena il ghetto fu abolito nel 1797, gli ebrei con mezzi fuggiti i caseggiati grattacieli - i più alti edifici con gli appartamenti più bassi soffitti di Venezia - per le parti più eleganti e spaziosi, della città. Ma il ghetto è rimasta l'ancora della veneziana dell'ebraismo. Dal viaggio in gondola è stato ritenuto ammissibile di sabato, l'osservatore non ha avuto problemi galleggiante di nuovo ogni settimana per pregare presso la Scuola di loro scelta.

Continua a leggere la storia principale
Oggi, gli ebrei di Venezia, anche se ancora una comunità orgogliosa (se disperse), sono invisibili. (Il chassidim vestito di nero che si vede in campo non sono veneziano, ma seguaci del movimento Chabad-Lubavitch che hanno reinsediato qui da altre parti d'Europa e negli Stati Uniti.) Mr. Calimani, come ogni Ebreo locale ho parlato, ha detto si muove unremarked dentro e fuori di ambienti ebraici. "Il ghetto di Venezia," mi ha detto, "era sempre più aperto alla città rispetto al ghetto di Roma, che è stato afflitto da mania di conversione della chiesa."

La dispersione della comunità ha avuto l'inaspettato vantaggio di mandarmi in quartieri sconosciuti nel perseguimento di interviste. Ero stato a Venezia due volte prima, ma lungi dal crescere abituato alla sua splendida estraneità, l'ho trovato infinitamente affascinante solo per infilare il labirinto, e inevitabilmente si perde in esso, il mio modo di appuntamenti.

Il Airbnb mia moglie, figlia e ho affittato appena fuori Campo SS. Giovanni e Paolo - nel cuore di Castello, un quarto ancora quasi-autentico delle famiglie che lavorano, le scuole, i bar di quartiere e l'ospedale comunale - è forse mezzo miglio in linea d'aria dal piatto di Donatella Calabi, un professore di storia urbana che curato la mostra "Venezia, gli ebrei e l'Europa: 1516 a 2016." Ma anche se la signora Calabi mi aveva mandato una mappa con le frecce che indicano il modo in cui, ancora richiesto parecchie incursioni attraverso il vicino Campo Santa Maria Formosa, prima mi ha colpito solo su destra "calle" (strada in dialetto veneto).

Non importa; che mi ha dato più angoli da cui ammirare questa piazza urbana perfetto con una chiesa imbiancata austera in aumento al centro e un perimetro di palazzi magnificamente fatiscenti ora occupata da ristoranti, alberghi, banche e la deliziosa 16 ° secolo casa-museo della Fondazione Querini Stampalia.

Come ci siamo seduti dalle finestre del suo appartamento all'ultimo piano a guardare la cupola di San Marco andare grigia contro il crepuscolo dicembre la signora Calabi ha parlato con l'animazione della venuta mostra al Palazzo Ducale. "Il ghetto ha fornito un'occasione incredibile per lo scambio culturale", ha detto, "e la mostra si concentrerà su quello scambio all'interno del ghetto di sé, tra il ghetto e la città, e con il resto d'Europa." Opere compreso di Carpaccio "Predica di Santo Stefano "(omelia di S. Stefano) in prestito dal Louvre, ricostruzioni virtuali del ghetto in vari periodi, e libri sacri si evocare la ricca complessità di questo scambio.

La signora Calabi è diventato più cupo quando la conversazione si rivolse al presente. "Studioso rinascimentale Francesco Sansovino ha scritto che per gli ebrei, Venezia era 'Quasi una vera terra di Promissione' - praticamente una vera e propria terra promessa", ha detto. "Ma oggi ebraica di Venezia è una piccola comunità all'interno di una piccola città. Il 500 ° anniversario è un'occasione da non celebrare - non si dispone di un festival per un ghetto - ma per ricordare. Un tratto ininterrotta di 500 anni di storia non si ripeta presto ".

Ho sentito sentimenti simili espresse nel corso della settimana in una riunione ricco di un gruppo di discussione informale che si riunisce a intervalli di prendere in considerazione le questioni attinenti alla veneziana ebraismo. I membri erano riuniti la notte in una bella casetta su un canale a Cannaregio vicino alla Chiesa Gesuiti, una pila barocco che presiede un quarto, una volta abitato da artigiani e artisti (Tiziano e Tintoretto tra di loro). Il mio italiano, anche se non proprio fino al rapido flusso di idee, è stato abbastanza buono per registrare la passione e l'erudizione che questi 30 o giù di lì gli uomini e le donne hanno portato ad una discussione della loro comunità profondamente radicata.

Amos Luzzatto, un veneziano ebraica intellettuale e il passato presidente stimato della Comunità Ebraica di Venezia, era presente, e abbiamo chiacchierato per qualche minuto sul piccolo cimitero ebraico del Lido, la "beit midrash" (sala di studio) che prende il nome la sua famiglia, che è ancora in uso nel ghetto, e il libro dal suo famoso antenato rabbino Simchah Luzzatto che avevo individuato nel Museo ebraico.

Non ho avuto la possibilità di chiedere al signor Luzzatto come si sentiva sullo stato del ghetto di oggi, ma come ho preso il mio viaggio di ritorno a SS. Giovanni e Paolo attraverso vicoli che echeggiano deserte e più filamenti neri d'acqua, ho pensato a un commento che aveva fatto in una recente intervista pubblicata su YouTube: "Il ghetto oggi appartiene alla città di Venezia - non appartiene agli ebrei. Il ghetto è diventato parte del panorama di Venezia. "

Il panorama è stato il suo più incantevole il giorno ho incontrato il rabbino capo di Venezia, Scialom Bahbout, per il pranzo in campo. Forse era il bagliore di un altro giorno di dicembre trasparente o l'adrenalina delle vacanze (Hanukkah stava per finire, Natale ancora una settimana di distanza), ma il campo, che aveva colpito me come piuttosto abbandonato nei viaggi precedenti, ora sembrava un palcoscenico in attesa per un gioco. (In realtà, la produzione di questa estate di "Il Mercante di Venezia" sarà in scena proprio qui, fa notare Shaul Bassi, docente presso l'Università di Venezia, che sta guidando la produzione.)

Le madri hanno spinto passeggini dentro e fuori di ombre proiettate dalle ghetto bilico "grattacieli". Booted e scarfed veneziani cliccato loro tacchi attraverso un ponte e scomparve nel trattorie invitanti che fiancheggiano la fondamenta (banca) del canale Rio della Misericordia. Un piccolo capannello di turisti aleggiava per l'ingresso al Museo Ebraico, un affascinante labirinto di camere con ripieno di oggetti preziosi e libri (e in programma per un importante restyling nel corso di quest'anno sotto l'egida di Venetian Heritage, un'organizzazione internazionale dedicata a preservare la città ricchezze culturali). Ho avuto appena il tempo prima di pranzo di anatra in un vicolo e sfogliare le eleganti pezzi Judaica in vetro e oro ad Arte Ebraica Shalom.

L'unica nota stonata è stata la cabina di polizia di fortuna in fondo del campo. Anche se non ci sono stati attacchi di qui, la cabina è aperta tutto il giorno dalla polizia italiana, raramente visto altrove a Venezia, e la comunità ebraica ha portato nella sua guardia privata di sicurezza di Israele. La giustapposizione della polizia armata e le due memoriali dell'Olocausto (una serie di rilievi in ??bronzo su entrambi i lati della casa di riposo ebraica che racchiude un lato del campo) è apt. Durante l'occupazione nazista, circa 250 ebrei veneziani, tra cui la sua amata rabbino capo Adolfo Ottolenghi, sono stati sequestrati dal ghetto e in altre parti della città e mandati ad Auschwitz e un campo di concentramento Trieste. Otto restituiti.

La conversazione ha toccato solo brevemente sulla Shoah nel corso della mia piacevole pranzo con il rabbino a Ghimel Garden, il ristorante kosher popolare che ha aperto di recente accanto alla casa di riposo. Davide Federici, un giornalista locale, e lo scultore veneziano Giorgio Bortoli erano presenti, e il rabbino Bahbout, che è molto apprezzato dopo due anni nella comunità, sembrava del tutto a suo agio, come il discorso divagare intorno arte, politica, storia, cinema e cibo .

"Sapevate sarde in saor" - sardine in agrodolce, un antipasto di inverno onnipresente a Venezia - "è tipicamente ebraica?" Il rabbino ha chiesto come il primo turno di piastre apparve accanto i nostri bicchieri di prosecco. Ero consapevole dell'influenza delle antiche ricette ebraiche cucina romana, ma non è mai venuto in mente ci fosse qualcosa di ebraico per il cibo di Venezia, dove crostacei (non kosher) dati in tanti piatti. Mi piacerebbe anche mai visto un rabbino ortodosso sorseggiando prosecco.

Con il tempo la pasta è arrivato, la conversazione si era trasferita a Project sogno del rabbino: una università ebraica di Venezia. "La sfida oggi è quella di sostenere la vivacità della nostra cultura e portarla verso il futuro. ? Quale modo migliore che con un'università ebraica internazionale "A Venezia oggi, la conservazione tende a dominare altre preoccupazioni -". Ma che cosa abbiamo veramente bisogno è di costruire i prossimi 500 anni "

moglie di origine americana del rabbino, Lenore Rosenberg Bahbout, uniti a noi per pinza, una confezione parsimonioso di pane raffermo e spezie. Stavamo ridacchiando su tutte le celebrità (Barbra Streisand, Donna Karan, Diane von Furstenberg, Barry Diller) i quali Toto Bergamo Rossi, l'affascinante direttore di Venetian Heritage, aveva sfruttato per finanziare il progetto di restauro del ghetto. "E 'meraviglioso", ha detto la signora Bahbout. "Ma sarebbe ancora più bello se questo denaro potrebbe essere utilizzato per ripristinare l'anima del ghetto."

Contemplavo l'anima che Sabato mattina, il mio ultimo a Venezia, presso il servizio di Shabbat nella Scuola Levantina. L'elevata, santuario fioca era di circa un quarto, forse 40 uomini sparsi per i banchi che correvano la lunghezza della stanza tra il bimah massicciamente intagliato e l'arca rosso-tende del patto, con 15 o giù di lì le donne peering giù a noi da la galleria al piano superiore.

Ero stato a Venezia meno di una settimana, ma già ho riconosciuto i volti - Paolo Gnignati, l'attuale presidente della comunità ebraica; Elly, la guardia di sicurezza israeliana reggette che avevano messo in guardia "No cellulari - sono ortodossi!" Prima di avermi permesso di entrare nella sinagoga; e, naturalmente, il rabbino Bahbout, distinto ed elegante nei suoi fedora mentre cantava la liturgia sefardita.

Ogni veneziano ho parlato, Ebreo e Gentile allo stesso modo, avevano espresso profondo pessimismo circa il futuro della città. Ma, come mi sono seduto in questo spazio sacro nella silenziosa, città Carless, ascoltando le preghiere ebraiche e mormorio italiana, mi sono sentito rassicurato, non scoraggiato, dal titolo di tempo. Dal momento che il ghetto è stato stabilito in primo luogo, dogi, principi mercanti, Shylock, Napoleone, gli austriaci, i nazisti sono andati e venuti (e nel caso di Shylock, torneranno presto). Attraverso quel mezzo millennio di storia, gli ebrei hanno raccolto nelle mattine di sabato come questo alla cuspide serena dell'inverno per pregare e pettegolezzi nel ghetto di Venezia.

SE VAI

Il sito web della Comunità Ebraica di Venezia, veniceghetto500.org/?lang=en, ha le ultime informazioni sugli eventi in programma per l'anno anniversario. Il Venetian Heritage Consiglio, vh-council.org, è responsabile della venuta restauro del Museo ebraico e le sinagoghe del ghetto.

"Venezia, gli ebrei e l'Europa: 1516-2016" sarà in mostra a Palazzo Ducale (veniceghetto500.org/la-mostra/?lang=en, Piazza San Marco) dal 19 giugno al 13 novembre I biglietti sono 19 euro (circa $ 20) e può essere acquistato on-line.

"Il mercante di Venezia" sarà eseguito all'aperto in Campo di Ghetto Nuovo, il 26 luglio, 27, 28, 29, e 31, con una data di pioggia su agosto 1. La produzione, in lingua inglese, che viene messo in scena attraverso una partnership tra compagnia de 'compagnia teatrale Colombari (colombari.org/#!home/c1pbl) e Università Ca'Foscari di Venezia. Per biglietti e ulteriori informazioni, vedere themerchantinvenice.org.

Il Museo Ebraico di Venezia è aperta 10:00-05:30 01-31 ottobre maggio e fino 19:00 dal 1 giugno al 30 settembre visite guidate oraria delle sinagoghe (in inglese e italiano) iniziano alle 10:30 (ingresso al museo è di € 4; museo e visita sinagoga è di € 10). Il museo offre anche visite del cimitero ebraico del Lido, con prenotazione anticipata. Chiuso il sabato e festività ebraiche. Per ulteriori informazioni, museoebraico.it/english/museo.html.

Il Kosher nel sito web di Venezia, kosherinvenice.com, elenca ristoranti kosher, alberghi e negozi di alimentari nel ghetto, tra cui Ristorante Ghimel Garden, la recente apertura pensione Giardino dei Melograni, e Panificio Volpe Giovanni, una panetteria e generi alimentari.
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500 Years of Jewish - Life in Venice
A journey into one of the world’s oldest Jewish ghettos,
where this year a long, rich history is commemorated.

By DAVID LASKINMARCH 9, 2016

Though you can still see the recesses in the walls where the hinges of the portals once hung, the Venice ghetto has not been a prison since Napoleon seized the city and tore down the gates in 1797. Today, no barrier or signpost marks where Venice ends and its ghetto begins. Cross a canal on an arched bridge, duck through a sottoportego (an alley tunneling through a building), disappear down a vent in the urban fabric — you come and go just like everywhere else in the maze of this island city.

But linger long enough in the Campo di Ghetto Nuovo, the generous, frayed, tree-flecked plaza that anchors this corner of Cannaregio (the quiet northwest quadrant of the city) and you’ll feel the wall of the past closing in. Half a millennium of history does not transpire without stamping the soul of a place.

Established by decree of Doge Leonardo Loredan on March 29, 1516, the Venice ghetto was one of the first places where people were forcibly segregated and surveilled because of religious difference. The term itself originated here; the area had been used as a foundry (“geto” in Venice dialect) and over time the neighborhood’s polyglot residents corrupted the word to ghetto.

I traveled to La Serenissima in December to see how the city was gearing up for the anniversary of the establishment of the ghetto. A major exhibition called “Venice, the Jews and Europe: 1516 to 2016” (on view from June 19 to Nov. 13) was being planned for the Ducal Palace, and during the last week of July, Shakespeare’s “Merchant of Venice” will be staged (in English) for the first time in the confines where its most hallucinatory scenes take place. Venice being Venice, there will also be glittering parties, celebrity-filled fund-raisers and fancy dress galas, starting with the invitation-only performance of Mahler’s First Symphony at La Fenice opera house on March 29.

But in the course of my visit, what I became most curious about was the mood of the current Jewish community of 450 people. Venice is such an impossibly beautiful fantasy, it seems astonishing that ordinary people, Jews among them, actually live there. How, I wondered, did deep-rooted Jewish families feel about their past — and future — in this ancient, vulnerable city?
My first answer came inside the humble, rectangular sanctuary of the circa-1532 Scuola Canton, one of five synagogues still standing in the ghetto. The synagogues are open to the public only as part of guided tours offered by the Jewish Museum of Venice, and that morning just three of us (two other Americans and I) had signed up for the 10:30 tour in English. We were standing with our guide, Silvia Crepaldi, admiring the golden spiraling tree-trunk columns that support the arch over the bimah (podium), when the subject of rising sea levels came up.

“The city will be empty before it sinks,” Ms. Crepaldi said ruefully. “Venice is shrinking before our eyes.”

The urban exodus of both Jews and gentiles has been going on for some time, though the pace has accelerated in recent years.

When the ghetto was at its height in the 17th century, 5,000 Jews from Italy, Germany, France, Spain and the Ottoman Empire carved out tiny, distinct fiefs, each maintaining its own synagogue, all of them crammed into an acre and a quarter of alleys and courtyards. Confinement was a burden, but it also provided an opportunity for cultural exchange unparalleled in the diaspora. As Jan Morris, a Venice devotee and one-time resident, writes in “The World of Venice,” the city was a “treasure-box” full of “ivory, spices, scents, apes, ebony, indigo, slaves, great galleons, Jews, mosaics, shining domes, rubies, and all the gorgeous commodities of Arabia, China and the Indies.”

Jewish merchants and bankers were vital to the flow of these commodities, but as Venice declined, the Jewish presence dwindled. By the outbreak of the Second World War, Jewish Venice had shrunk to 1,200 residents. Today, with the city’s total population hovering around 58,000 (down from 150,000 before the war), there are about 450 Venetian Jews left, only a handful of them residing in the ghetto.

“So now the ghetto is just a shell?” I wondered aloud as Ms. Crepaldi led us across the campo, over a bridge, down a street of intriguing-looking shops, and into a tighter, grimmer square (the Campiello delle Scuole or “little square of the synagogues”), flanked by the two Sephardic scuole.

The answer to my question was revealed inside one of these: the sumptuous Scuola Grande Spagnola (Great Spanish Synagogue), possibly the work of Baldassare Longhena, the renowned 17th-century architect of Santa Maria della Salute. After we had gazed our fill at the elliptical coffered ceiling and the black-columned pediment that frames the ark of the covenant; after we had craned our necks to glimpse the cherry wood balustrade and diamond-hatched panels that screen the upstairs women’s gallery; after our eyes had bathed in the silver gleam of candelabra and the soft glow of crimson-curtained bottle-glass window panes, Ms. Crepaldi pointed to the brass plaques affixed to the pews. “These are the names of families who pay to rent their own bench sections,” she told us. “These families still pray here. This synagogue is used in summer, and in winter they switch to the Scuola Levantina because it’s heated. The Venetian Jewish community may be small, but it’s still strong.”

Calimani and Sullam — two of the surnames inscribed on those plaques — appeared in tiny letters by the buzzer I pressed at 10 o’clock the next morning. Riccardo Calimani, the esteemed historian of Italian Jewry and the author of a book about the Venetian ghetto, had given me very precise directions to his home off the Strada Nuova (a rare rectilinear thoroughfare stocked with shops catering more to residents than tourists).

What Mr. Calimani had neglected to say in his email is that he lives in a palace: a light-bedazzled, soaring-ceilinged, art- and book-lined Renaissance suite overlooking the Grand Canal. As he ushered me into his princely study, the ample, urbane Mr. Calimani struck me as a kind of latter-day Jewish doge.

“My father’s family arrived in Venice from the north of Italy in 1508,” he said, slowing his Italian down to a tempo I could follow. “My ancestor Simone Calimani was the author of a trattato morale [moral treatise], printed in the 18th century when Jewish publishing was flourishing here. My grandfather was the cantor in the Scuola Levantina, even though our roots are not Levantine but Italian and German.” The Venetian history of the Calimani family, I realized, coincides almost exactly with the history of the ghetto.

The palace belongs to his wife’s family, the Sullams, Spanish Jews who took refuge in Venice after the expulsion from the Iberian Peninsula at the end of the 15th century. I knew, from reading Mr. Calimani’s “The Ghetto of Venice” (1988), that Italian and German Jews, the first and poorest to settle in Venice, had been consigned to selling rags and running pawnshops, while the great merchants of Venice were later arrivals from Spain and the Levant.

With tantalizing fragrances wafting out of the hidden kitchen and the velvety light of winter burnishing thousands of leather spines, I could practically taste the history that had made this room possible. The palace may be extraordinary, but the convergence of cosmopolitan currents in the Calimani/Sullam household is quintessentially Venetian.
Their families’ abandonment of the ghetto is also typical. As soon as the ghetto was abolished in 1797, Jews with means fled the high-rise tenements — the tallest buildings with the lowest-ceilinged apartments in Venice — for more elegant, and spacious, parts of the city. But the ghetto remained the anchor of Venetian Jewry. Since travel by gondola was deemed permissible on the Sabbath, the observant had no trouble floating back each week to pray at the scuola of their choice.

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Today, the Jews of Venice, though still a proud (if dispersed) community, are invisible. (The black-garbed Hasids you see in the campo are not Venetian but followers of the Chabad-Lubavitch movement who have resettled here from other parts of Europe and the United States.) Mr. Calimani, like every local Jew I spoke to, said he moves unremarked in and out of Jewish circles. “The Venice ghetto,” he told me, “was always more open to the city than the Roman ghetto, which was beset by the conversion mania of the church.”

The dispersal of the community had the unexpected benefit of sending me into unfamiliar neighborhoods in pursuit of interviews. I had been in Venice twice before, but far from growing accustomed to its gorgeous strangeness, I found it endlessly fascinating just to thread the maze, and inevitably get lost in it, on my way to appointments.

The Airbnb my wife, daughter and I rented just off Campo SS. Giovanni e Paolo — the heart of Castello, a still quasi-authentic quarter of working families, schools, neighborhood bars and the municipal hospital — is perhaps half a mile as the crow flies from the flat of Donatella Calabi, a professor of urban history who curated the exhibition “Venice, the Jews and Europe: 1516 to 2016.” But even though Ms. Calabi had emailed me a map with arrows pointing the way, it still required several forays across the nearby Campo Santa Maria Formosa before I hit on just the right “calle” (street in the Venetian dialect).

No matter; it just gave me more angles from which to admire this perfect urban plaza with an austere whitewashed church rising in the center and a perimeter of magnificently crumbling palaces now occupied by restaurants, hotels, banks and the delightful 16th-century house-museum of the Fondazione Querini Stampalia.

As we sat by the windows of her top-floor apartment watching the dome of San Marco go gray against the December dusk, Ms. Calabi spoke with animation of the coming exhibition at the Ducal Palace. “The ghetto provided an incredible occasion for cultural exchange” she said, “and the exhibit will focus on that exchange within the ghetto itself, between the ghetto and the city, and with the rest of Europe.” Artworks including Carpaccio’s “Predica di Santo Stefano” (St. Stephen’s sermon) on loan from the Louvre, virtual reconstructions of the ghetto in various periods, and sacred books will conjure up the rich complexity of this exchange.

Ms. Calabi became more somber when the conversation turned to the present. “Renaissance scholar Francesco Sansovino wrote that for the Jews, Venice was ‘quasi una vera terra di promissione’ — practically a true promised land,” she said. “But today Jewish Venice is a small community within a small city. The 500th anniversary is an occasion not to celebrate — you don’t have a festival for a ghetto — but to commemorate. An unbroken stretch of 500 years of history will not happen again soon.”

I heard similar sentiments voiced later in the week at a packed meeting of an informal discussion group that gathers at intervals to consider issues pertinent to Venetian Jewry. The members had assembled that night in a pretty little house on a canal in Cannaregio near the Gesuiti Church, a Baroque pile that presides over a quarter once inhabited by artisans and artists (Titian and Tintoretto among them). My Italian, though not quite up to the rapid flow of ideas, was good enough to register the passion and erudition that these 30 or so men and women brought to a discussion of their deeply rooted community.

Amos Luzzatto, an esteemed Venetian-Jewish intellectual and the past president of the Jewish Community of Venice, was present, and we chatted for a few minutes about the small Jewish cemetery on the Lido, the “beit midrash” (study room) named for his family that is still in use in the ghetto, and the book by his renowned ancestor Rabbi Simchah Luzzatto that I had spotted in the Jewish Museum.

I didn’t have a chance to ask Mr. Luzzatto how he felt about the state of the ghetto today, but as I picked my way back to SS. Giovanni e Paolo through deserted echoing alleys and over black filaments of water, I thought of a comment he had made in a recent interview posted on YouTube: “The ghetto today belongs to the city of Venice — it does not belong to the Jews. The ghetto has become part of the panorama of Venice.”

The panorama was its most ravishing the day I met Venice’s head rabbi, Scialom Bahbout, for lunch in the campo. Maybe it was the dazzle of another clear December day or the adrenaline of the holidays (Hanukkah was ending, Christmas still a week away), but the campo, which had struck me as rather forlorn on prior trips, now looked like a stage set waiting for a play. (In fact, this summer’s production of “The Merchant of Venice” will be staged right here, notes Shaul Bassi, a professor at the University of Venice who is spearheading the production.)

Mothers pushed strollers in and out of shadows cast by the teetering ghetto “skyscrapers.” Booted and scarfed Venetians clicked their heels across a bridge and disappeared into the inviting trattorias that line the fondamenta (bank) of the Rio della Misericordia canal. A small knot of tourists hovered by the entrance to the Jewish Museum, a charming warren of rooms stuffed with precious objects and books (and slated for a major makeover later this year under the aegis of Venetian Heritage, an international organization dedicated to preserving the city’s cultural riches). I had just enough time before lunch to duck down an alley and browse the elegant Judaica pieces in glass and gold at Arte Ebraica Shalom.

The one jarring note was the makeshift police booth at the far end of the campo. Though there have been no attacks here, the booth is staffed around the clock by Italian police, rarely seen elsewhere in Venice, and the Jewish community has brought in its own private Israeli security guard. The juxtaposition of the armed police and the two Holocaust memorials (a series of bronze reliefs on either side of the Jewish old-age home that encloses one side of the campo) is apt. During the Nazi occupation, some 250 Venetian Jews, including its beloved chief rabbi Adolfo Ottolenghi, were seized from the ghetto and elsewhere in the city and sent to Auschwitz and a Trieste concentration camp. Eight returned.

The conversation touched only briefly on the Holocaust in the course of my leisurely lunch with the rabbi at Ghimel Garden, the popular kosher restaurant that opened recently beside the old-age home. Davide Federici, a local journalist, and the Venetian sculptor Giorgio Bortoli were present, and Rabbi Bahbout, who is highly regarded after two years in the community, seemed entirely in his element as the talk rambled around art, politics, history, cinema and food.

“Did you know sarde in saor” — sweet and sour sardines, a ubiquitous winter appetizer in Venice — “is typically Jewish?” the rabbi asked as the first round of plates appeared beside our glasses of prosecco. I was aware of the influence of ancient Jewish recipes on Roman cuisine, but it never occurred to me there was anything Jewish about the food of Venice, where shellfish (not kosher) figures in so many dishes. I’d also never seen an Orthodox rabbi sipping prosecco.

By the time the pasta arrived, the conversation had moved on to the rabbi’s dream project: a Jewish university in Venice. “The challenge today is to sustain the vivacity of our culture and carry it into the future. What better way than with an international Jewish university?” In Venice today, conservation tends to dominate other concerns — “but what we really need is to construct the next 500 years.”

The rabbi’s American-born wife, Lenore Rosenberg Bahbout, joined us for pinza, a thrifty confection of stale bread and spice. We were chuckling about all the celebrities (Barbra Streisand, Donna Karan, Diane von Furstenberg, Barry Diller) whom Toto Bergamo Rossi, the charming director of Venetian Heritage, had tapped to fund the ghetto restoration project. “It’s wonderful,” said Mrs. Bahbout. “But it would be even more wonderful if this money could be used to restore the soul of the ghetto.”

I contemplated the soul that Saturday morning, my last in Venice, at the Shabbat service in the Scuola Levantina. The high, dim sanctuary was about a quarter full, perhaps 40 men scattered around the benches that ran the length of the room between the massively carved bimah and the red-curtained ark of the covenant, with 15 or so women peering down at us from the upstairs gallery.

I’d been in Venice less than a week, but already I recognized faces — Paolo Gnignati, the current president of the Jewish community; Elly, the strapping Israeli security guard who had warned “no cellphones — they’re Orthodox!” before letting me enter the synagogue; and of course Rabbi Bahbout, distinguished and elegant in his fedora as he chanted the Sephardic liturgy.

Every Venetian I spoke to, Jew and gentile alike, had expressed deep pessimism about the city’s future. But as I sat in this sacred space in the hushed, carless city, listening to the Hebrew prayers and Italian murmur, I felt reassured, not discouraged, by the evidence of time. Since the ghetto was first established, doges, merchant princes, Shylock, Napoleon, the Austrians, the Nazis have come and gone (and in Shylock’s case, will soon return). Through that half-millennium of history, Jews have gathered on Sabbath mornings like this one at the serene cusp of winter to pray and gossip in the Venice ghetto.

IF YOU GO

The website of the Jewish Community of Venice, veniceghetto500.org/?lang=en, has the latest information about events planned for the anniversary year. The Venetian Heritage Council, vh-council.org, is in charge of the coming restoration of the Jewish Museum and the ghetto synagogues.

“Venice, the Jews and Europe: 1516 to 2016” will be on view at the Ducal Palace (veniceghetto500.org/la-mostra/?lang=en, Piazza San Marco) from June 19 to Nov. 13. Tickets are 19 euros (about $20) and can be purchased online.

“The Merchant of Venice” will be performed outdoors in the Campo di Ghetto Nuovo on July 26, 27, 28, 29, and 31, with a rain date on Aug. 1. The production, in English, is being staged through a partnership between Compagnia de’ Colombari theater company (colombari.org/#!home/c1pbl) and Ca’Foscari University of Venice. For tickets and further information, see themerchantinvenice.org.

The Jewish Museum of Venice is open from 10 a.m. to 5:30 p.m. Oct. 1 to May 31 and until 7 p.m. from June 1 to Sept. 30. Hourly guided tours of the synagogues (in Italian and English) start at 10:30 ( museum admission is €4; museum and synagogue tour is €10). The museum also offers tours of the Jewish cemetery on the Lido, with advance booking. Closed Saturdays and Jewish holidays. For more information, museoebraico.it/english/museo.html.

The Kosher in Venice website, kosherinvenice.com, lists kosher restaurants, hotels and food shops in the ghetto, including Ristorante Ghimel Garden, the recently opened Giardino dei Melograni guesthouse, and Panificio Volpe Giovanni, a bakery and grocery.

2015



Il Gazzettino
ven 11 sett 2015

La Nuova
merc 16 sett 2015

 

 

72a Mostra internazionale d'arte cinematografica - Biennale Cinema di Venezia-- Incontro sul tema "Cinema beyond the Ghetto" e consegna del Premio, giunto alla sua XXII Edizione
"Una Vita nel Cinema".
L'iniziativa apre il Progetto triennale VENICE BEYOND THE GHETTO.

Partecipanti:

Scialom Bahbout, Rabbino;
Marco Bellocchio, Regista,
Giovanni de Luca, Direttore Generale della Sede RAI del Veneto;
Roberto Ellero, Dirigente Settore Cinema del Comune di Venezia;
Giorgio Ginori, ideatore, realizzatore e direttore dell'evento L'Isola del Cinema sull'Isola Tiberina a Roma, nel 2011 ha creato la Società di produzione Maiora Film per sviluppare idee, soggetti e sceneggiature cinematografiche e televisive dalla parte del cinema giovane;
Carlo Lavagna, Regista
Tommaso Bertani, Produttore del Film "Arianna".

Premiati:

Marco Bellocchio, per la sua carriera e per la proposta culturale dei suoi film che in estrema sintesi possiamo definire "contro e oltre";
Carlo Lavagna, Regista e Tommaso Bertani, Produttore del Film "Arianna", due giovani promesse che hanno trattato una "tipologia di ghetto", mettendo in scena il tema dell'ermafroditismo e mostrando il limite che il potere esercita nei confronti di chi, consapevolmente o meno, lo minaccia;
Giorgio Ginori, per aver dedicato con successo la sua vita alla diffusione del cinema di qualità.

Con il Patrocinio della Regione del Veneto e del Comune di Venezia - I premi sono stati consegnati nella giornata di domenica 9 settembre 2015, ore 20,00, presso la sala della Regione del Veneto all'interno dell'Hotel Excelsior

2014



Pre
miazione di Gabriella Straffi con una scultura del Maestro Bortoli rappresentante una Fenice



La Fenice in bronzo, creata dal Maestro Giorgio Bortoli

IL GAZZETTINO - Domenica 7 dicembre 2014

Agenti Penitenziari
Premiazione al Colombo

L'Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria di Venezia, ha organizzato al ristorante "Al Colombo", un pranzo di Natale con la premiazione di alcuni rappresentanti Anppe e dell'Amministrazione Penitenziaria come Gabriella Straffi (nella foto).

2014

Copertina del periodico d'arte - n. 3 maggio-giugno 2014

la pagina relativa allo Scultore Giorgio Bortoli

particolare della scultura illustrata, Compassione 2011 - bronzo e acciaio - cm 100 x 60
(l'opera fa parte della collezione d'arte dell'Ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra

Il Maestro Giorgio Bortoli, é inserito tra le pagine del prestigioso
periodico bimestrale d'arte e cultura

"Over Art "

diretto da Sandro Serrradifalco

N. 3 maggio-giugno 2014

EA Editore

 

2014

Copertina del Cataogo 2014

la pagina relativa allo Scultore Giorgio Bortoli

particolare della scultura illustrata, Leone in Moeca

Il Maestro Giorgio Bortoli, é inserito tra le pagine del prestigioso Catalogo d'Arte

"PROTAGONISTI DELL'ARTE 2014"

Dal XIX secolo ad oggi
La Scultura - a cura di Paolo Levi

EA Editore - Palermo

2013


Il maestro Giorgio Bortoli con il Monsignor Francesco Moraglia


Il Leone in Moeca , realizzato da Giorgio Bortoli, offerto in dono al Mons. Moreglia

Venezia, primi giorni di ottobre 2013

Una rappresentanza dell'Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria (ANPPE) ha incontrato il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia.
Al Mons. Moraglia è stata regalata una scultura realizzata dal maestro Giorgio Bortoli, un "Leone in moeca" con croce, simbolo di pace.

 


L'articolo dell'evento, pubblicato sulla rivista dell'ANPPE, n. 9, mese di settembre/ottobre 2013


L'articolo apparso su Il Gazzettino del 18 ottobre 2013

2013

Il Poliziotto Penitenziario

anno III, n. 8, luglio-agosto 2013

Pubblicate nella rivista alcune opere del Maestro Giorgio Bortoli, pag. 8 e 12, riquadri in basso a sinistra

2013


La Nuova - Domenica 2 giugno 2013


Il Gazzettino - Martedì 9 luglio 2013


La Performance dell'Artista Giorgio Bortoli

Con un Leone Marciano Alato,
sbarca davanti ai giardini durante l'inaugurazione
della Biennale Arti Visive di Venezia

 

 

2013

IL GAZZETTINO - Giovedì 3 gennaio 2013

Un'opera d'arte per il Papa

(T.B.) Una scultura con la croce in bronzo, che riproduce la Madonna Nicopeja della Basilica di San Marco, è stata donata al Papa dall'Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria, per iniziativa del prsidente di Venezia, Vitantonio Petrelli.
La pregevole opera, dello scultore veneziano Giorgio Bortoli, è stata consegnata personalmente a Benedetto XVI dal vice capo dell'Associazione penitenziaria, Simonetta Matone.
L'opera è contraddistinta dall'insegna araldica della sezione di Venezia dell'Associazione.

2012

L'ARENA - sabato 22 dicembre 2012

CALDIERO. Via vai di persone in via Fermi - Padre Ildefonso richiama i fedeli alla sua statua
Soddisfazione per la famiglia e per l'autore dell'opera in bronzo

È stata posta da poco in via Fermi a Caldiero e già sono numerose le persone che hanno fatto visita, offermandosi in preghiera, alla statua bronzea che raffigura padre Ildefonso Corrà, l'angelo dei Balcani.
A forgiare questi due quintali di bronzo è stato il maestro veneziano Giorgio Borboli, artista noto alivello internazionale anche per aver realizzato un busto in bronzo di Maria Callas a Monaco di Baviera.
"Avevo poche foto di padre Ilde per realizzare l'opera", spiega Bortoli, "ma lo ricordo quando era Venezia nel convento di San Francesco della Vigna di certo è stato lui dall'alto a darmi lìspirazione". È soddisfatto l'artista sopratutto del fatto che la gente che ha conosciuto padre Corrà davanti alla statua del frate Zingaro dica "L'è proprio lu'". Intatti Borboli lo ha ritrattato com'era con il saio un posgualcito, lo sguardo penetrante e quel dito ammonitore che ha una sua ragion d'esserg come spiega Umberto Corrò fratello di padre Ildefonso: "È li a indicare la via giusta, a esortare a riflettere sul proprio operato, a ricordare a chi vive nell'agio che lui ha visto con i suoi occhi dove c'è il bisogno".
"Ho unaf oto in cui pure mia madre ha l'indice alzato", racconta Umberto "ricordo che, durante un diverbio le dissi che di me, che da Caldiero ero stato mandato a Malcesine, non importava a nessuno. Lei mi prese la mano e mi chiese quale delle cinque dita sarei stato disposto a farmi tagliare. Attonito risposi nessuna e lei replico: E tu pensi che io mi sarei privata di uno dei miei figli se non fosse stato per il suo bene? Ho trasmesso a Bortoli tutti questi aspetti", conclude Umberto, "Affinchè potesse trovare la giusta espressione della figura". Ad attestare che il maestro veneziano ci sia riuscito sono le persone che davanti alla statua sussurrano: "Sembra che ci veda e ci parli come faceva un tempo". M.R.

2012



La Nuova venerdì 19 ottobre 2012 -
Premio "Una vita per il Cinema"

Inaugurato il nuovo bar-caffetteria Marchini Movie, all'interno del nuovo complesso Cinema Rossini. Nel locale, le gigantografie dei mitici film girati a Venezia incise su lastre in acciaio inox e pellicole specchiate che avvolgono le colonne del bar, realizzate dallo scultore Giorgio Bortoli. Per festeggiare la famiglia Vio ha organizzato il premio "una vita per il cinema", assegnato quest'anno alla ditta Finross di Savio-Maritan che ha restaurato il cinema, alla giornalista Chiara Pavan e al compositore Pino Donaggio.

IL GAZZETTINO Giovedì 18 ottobre 2012
"Una vita nel Cinema", premiata Chiara Pavan

Nei giorni scorsi è stato consegnato il tradizionale premio "Una vitanel cinema" Realizzato dallo scultore Girgio Bortoli.
Tra i premiati di quest'anno anche la giornalista del Gazzettino Chiara Pavan, "per la competenza unita alla passione costruttiva di chi è immerso totalmente nella sasta dimensione, il cinema".


Uno dei premi realizzati dal maestro Giorgio Bortioli



Consegna del Premio a Pino Donaggio



Il GAZZETTINO mart 11 dicembre 2012

Consegnato a Pino Donaggio il premio "Una vita nel cinema" - Se la colonna sonora è come una sinfonia

VENEZIA - È il secondo premio alla cariera che riceve quest'anno, ma ad appendere penna e spartiti al chiodo non ci pensa minimamente, anzi non ha mai lavorato così tanto come in questi ultimi tempi.
Il musicista e compositore Pino Donaggio, 71 anni, dopo aver ottenuto in Belgio il prestigioso "Lifetime Achievement Award", ovvero il Premio alla carriera, nell'ambito dei "World Soundtrack Awards", ieri ha ricevuto negli spazi del cinema Rossini il premio "Una vita nel cinema", ideato dallo scultore Giorgio Bortoli.
Nativo di Burano, Donaggio risiede ancora a Venezia - nel sestiere di Cannaregio - e crea le musiche di film e fiction nel suo studio, affacciato sul Canal Grande, a due passi dalla basilica della Salute. "I canali, la laguna mi ispirano - spiega il famoso compositore - Non potrei mai lasciare Venezia, qui ho iniziato a comporre le musiche del mio primo film "A Venezia... un dicembre rosso shocking", mi porta fortuna.
Ora è un po' rovinata dai turisti ma è sempre la nostra bella città".
In trent'anni di attività ha composto 210 colonne sonore di film e fiction, in quella che considera la sua terza carriera, dopo quella del musicista e del cantautore. "Iniziai studiando al conservatorio prima di Venezia e poi di Milano.
Ero solista di violino e ho suonato coi Solisti Veneti e con Claudio Abbado e i Solisti di Milano.
Quindi passai a scrivere canzoni e a provarle con mio padre. Ne proposi una a Mina e finii al festival di Sanremo all'età di 19 anni e mezzo con "Come sinfonia".
Ricordo l'entusiasmo del successo, i primi dischi, i miei dieci festival di Sanremo". "Dopo vent'anni esatti dallo psycho-thriller "Doppia personalità" ("I Raising Cain") - spiega Donaggio - ho ripreso con piacere la mia collaborazione, con il regista Brian De Palma per il suo nuovo film "Passion", presentato al Festival del cinema veneziano, che uscirà a febbraio. Mi piace musicare thriller, mi permette di sperimentare musica moderna, cosa che non posso fare con le fiction come "Don Matteo", "Rossella", "Un passo dal cielo", "Ho sposato uno sbirro" o "Provaci ancora prof". Proprio in questi giorni sto preparando le colonne sonore di tre fiction ("Don Matteo 9", "Rossella 2" e "Provaci ancora prof 5"), ma sono i film la mia passione: dopo "Cesare Mori - ll prefetto di ferro", ho in programma un nuovo film del regista Don Mancini e un film olandese e sto terminando le canzoni per il primo cd di Gabriella Pession".

Daniela Ghio


La Nuova martedì 11 dicembre 2012
"Una vita nel cinema" Ora tocca a "Rossella 2"
di Marco Petricca

La diciottesima edizione del premio "Una vita nel cinema" quest'anno va a Pino Donaggio.
"Ne sono molto felice", dice lui, 70 anni compiuti, uno dei maggrori compositori mondiali di musica per thriller, il veneziano con un piede a Hollywood.
"Sto lavorando alla colonna sonora di Rossella 2", la seconda serie della fiction italiana, che arriva dopo i successi di un'altra fortunata serie televisiva, Don Matteo, musicata sempre da Donaggio, che nel frattempo ha stretto un sodalizio con Rai Fiction.
"Poi, due produzioni americane".
Uomo d'umiltà attenta, umana, è soprattutto autore complesso e poliedrico che percorre nella duplice carriera, prima di autore pop negli anni Sessanta, e poi con la seconda vita di ompositore, gran parte degli ultimi quarant'anni di musica italiana e internazionale.
Studi classici alle spalle, perfeziona il violino, che approfondisce al Consenrvatorio di Venezia e poi a Milano, e lì stringe una lunga collaborazione con il maestro Claudio Abbato. Poi arriva l'incontro con il cinema. E'il 1973.
Firma le musiche di un thriller ambientato a Vene zia, è "Don' t Look Now", del londinese Nicholas Roeg. E' un successo, la stampa inglese prende a cuore le musiche di Donagglo. Ha 32 anni, gli si apre davanti una carriera inesplorata. Il mondo del cinema lo vuole. Lavora con
Marcello Aliprandi e subito dopo è lavolta di "Un sussurro nel buio". Lascia Venezia, scopre gli Stati Uniti, sbarca a Hollywood e inizia un sodalizio con Brian De Palma che durerà molti anni. Anzi, tutt'ora.
Di Pino Donaggio sono le musiche di "Passion", l'ultimo film di Palma, presentato quest'estate al Lido, presto nelle sale e di cui qualcuno ha già scritto che la colonna sonora è più bella del film. "Brian mi chiama solo per certi tipi di film", rivela Donaggio.
La motivazione del premio che ieri sera gli è stato consegnato al nuovo cinema Rossini, nella sala Marchini Movie, è stata un'occasione per ripercorre questa lunga carriera e forse anche per dare nuovo lustro alla diciottesima edizione di un premio nato al Lido di Venezia,
è che nel tempo conta, anche con uno sguardo che ammicca alla laguna, la lunga lista dei talenti del grande scherno.

2012


La Nuova Venezia - sabato 30 giugno 2012
OPERA DI GIORGIO BORTOLI DONATA DALL'ASSOCIAZIONE POLIZIA PENITENZIARIA
Al prefetto una scultura sulla rinascita di Fenice e Campanile

Nei giorni scorsi, una delegazione dell'associazione nazionale
Polizia penitenziaria, sezione di Venezia con il presidente provinciale Vitantonio Petrelli, il segretario Stefano Rubini e lo scultore Giorgio Bortoli - è stata ricevuta dal prefetto Domenico Cuttaia. Occasione dell'incontro, la consegna dei documenti con i quali si certifica I'autenticità della scultura consegnata al prefetto dal procuatore capo della Repubblica, Luigi Delpino, durante la manifestazione "Per non dimenticare", organizzata dall'Anppe veneziana il 28 aprile.

La scultura di Giorgio Bortoli rappresenta la prima pagina dell'edizione speciale dedicata all'incendio della Fenice del 1996, incastonata in una Fenice in bronzo composta dall'artista insieme a un frammento di legno bruciato del Teatro.
Alla base dell'opera - in occasione del centenario della ricostruziome - I'artista ha fissato un pezzo di mattone dello storico campanile di San Marco, crollato nel 19O2, recuperato insieme ad altri pezzi dallo stesso scultore, durante alcune sue immersioni in Adriatico, dove i mattoni irrecuperabili vennero affondati.
Il prefetto Cuttaia ha ringraziato l'associazione per le manifestazioni organizzate e "in particolare per le conferenze organizzate per far apprendere la legalità ai giovani nei vari istituti scolastici della città e dell'entroterra veneziano", incitando I'associazione Polizia penitenziaria a continuare nell'azione di informazione civica, dando la sua piena disponibilità a partecipare a nuove iniziative.

Il Gazzettino di Venezia - domenica 8 luglio 2012
L'Associazione Polizia Penitenziaria dal prefetto

Nei giorni scorsi una delegazione della sezione di Venezia dell'Associazione nazionale Polizia Penitenziaria guidata dal presidente

provinciale, Vitantonio Petrelli, dall'addetto alla segreteria, Stefano Rubini e dallo scultore Giorgio Bortoli è stata ricevuta dal prefetto, Domenico Cuttaia al quale è stata consegnata un'opera dell'artista veneziano.

2012

Copertina del Cataogo 2012

la pagina relativa allo Scultore Giorgio Bortoli

la pagina relativa allo Scultore Giorgio Bortoli

Il Maestro Giorgio Bortoli, é inserito tra le pagine del prestigioso Catalogo d'Arte

"ARTE collezionismo 2012"

Pittori e Scultori del 900 - Gallery Edition
Volume XI° - Annuario d'arte moderna e contemporanea - Quotazioni, profili biografici, Gallerie, Case d'asta, Antiquariato

Realizzato da effeci edizioni d'arte di Francesco Chetta editore

2012

La scultura realizzata dal maestro Bortoli data in dono a Francesco Moser

Il maestro Bortoli a destra insieme a F. Moser a sinistra

IL GAZZETTINO di Venezia

A Francesco Moser in dono una scultura "veneziana"

Una scultura in bronzo montata su un vecchio mattone del campanile di San Marco, opera dello scultore veneziano Giorgio Bortoli, è stata consegnata al

campione di ciclismo Franceco Moser nel corso di una cerimonia svoltasi alla "Perla Rosa" di Mira. Il premio che raffigura Moser in bicicletta, è un riconoscimento alla sua grande carriera.

2011

IL GAZZETTINO di Venezia del 15 settembre 2011

68a Mostra internazionale d'arte cinematografica - Biennale Cinema di Venezia
Premio: "UNA VITA NEL CINEMA" 2011

 

2011

La Nuova Venezia di giovedì 8 settembre 2011

68a Mostra internazionale d'arte cinematografica - Biennale Cinema di Venezia
Premio: "UNA VITA NEL CINEMA" 2011

 

2011

 

Il GAZZETTINO
Martedì 2 agosto 2011 - ARTE & DINTORNI

Un'opera di Bortoli nella collezione dell'0nu

VENEZIA - Ancora un'opera d'arte firmata Giorgio Bortoli, non nuovo a performance del genere. Si tratta, questa volta, di una grande scultura in bronzo e acciaio , realizzata dall'artista vèneziano nel suo atelier e intitolata "Compassione".

L'opera è stata inaugurata al Palazzo delle Nazioni di Ginevra ed è ora inserita ufficialmente nella collezione internazionale dell'Onu. Bortoli ha saputo descrivere I'immagine (foto) con una particolarità che esprime cmtinuità e fusione delle braccia in quanto rappresenta una persona che, inchinandosi, si prende cura di un'altra, a terra, ammalata e in evidente difficoltà. Per questa sua opera, Bortoli ha ricevuto espressioni di compiacimento, unite ai ringraziarnenti, da parte del direttore generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra, Kassym Jomart Tokayev e del presidente del Comitato per le attività culturali dell'Onu a Ginevra, David A. Chikvatdze.
T.B.

2011

Il GAZZETTINO
Mercoledì 25 maggio 2011

Per i 50 anni dell'Aeroporto
Il Papa per la scultura di Bortoli

Il Papa, in occasione della sua recente visita a Venezia, ha inaugurato, benedicendola, una scultura di Giorgio Bortoli creata per i 50 anni dell'aeroporto Marco Polo di Tessera.
L'8 maggio scorso, prima di lasciare Venezia, Benedetto XVI si è
fermato qualche minuto nella sala ricevimento dello scalo veneziano.

Alla presenza di autorità civili e religiose (tra le quali il Patriaca Scola, il ministro Sacconi, il governatore Zaia, il prefetto, il sindaco,la presidente della Provincia e il presidente dell'aeroporto, Enrico Marchi) ha benedetto l'altorilievo.
Si tratta di un'opera in bronzo, delle dimensioni di 1 metro per 50 centimetri, raffigurante un aereo, in lega leggera in fusione di alluminio, che decolla passando sopra la Basilica ed il Campanile di San Marco; l'altorilievo è stilizzato e antichizzato con ossidazione verde.

(foto: Il Papa in partenza da Tessera ha benedetto I'opera)

2011

IL GAZZETTINO
Domenica 20 febbraio 2011
ARTE e DINTORNI

La Fenice di Giorgi Bortoli è tornata in Calle Vallaresso

 

2010

Marina Ripa di Meana tra lo scultore Bortoli, i titolari Gianni Gavagnin e Umberto Bugnin e la chef Mariarosa Corà

IL GAZZETTINO
Venerdì 24 dicembre 2010

A Marina Ripa di Meana il premio "Perlarosa 2010"

MIRA - A Marina Ripa di Meana il premio "Perlarosa 2010". In una festosa cornice di pubblico e commensali, i titolari dell'omonimo ristorante di Borbiago di Mira hanno assegnato al

popolare personaggio, nota protagonista della televisione e dello spettacolo e in questi giorni apprezzata autrice di una biografia di Virginia Agnelli, la scultura opera di Giorgio Bortoli.
Tra le motivazioni del premio non soltanto la notorietà e l'originalità della premiata, ma anche la forza dimostrata nell'affrontare e superare momenti difficili della sua esistenza.

2010

NEL NOME DELLA MADRE - Arte e cultura a Motta di Livenza (TV) - settembre 2010
Nuova scultura del Maestro Bortoli intitolata: Madre dei Miracoli, Installata presso la Chiesa dell'Ospedale di Motta di Livenza.
Scultura altorilievo in bronzo, acciaio e vetro di murano; installazione permanente.

Il Gazzettino di Treviso
sabato 2 ottobre 2010

Settimanale della Diocesi di Vittorio Veneto: L'Azione
10 ottobre 2010

Il Gazzzettino
Domenica 19 settembre 2010

Tribuna di Treviso
sabato 2 ottobre 2010

2010

IL GAZZETTINO
Domenica 12 settembre 2010

PREMIO – (L.M.) Grande successo del premio “Una vita per il cinema” ospitato al Grande Albergo Ausonia Hungaria del Lido.
A rilanciare l'appuntamento sono stati due imprenditori veneti come Silvestro Zecchinato di “Zetatre Eventi” e il veneziano Leone Panisson con la “Bisanzio Gallery” di Murano.
Con quattro sculture dell'artista veneziano Giorgio Bortoli (nella foto di Francesco La Porta vediamo un momento della cerimonia) sono stati premiati alcuni importanti personaggi presenti alla 67a Mostra del Cinema.

La cerimonia, presentata da Antonella Salvucci, è stata organizzata in collaborazione con la Provincia, e ha avuto la sapiente regia di Franco Mariotti, e tra gli interventi era presente anche l'asessore, Pierangelo Del Zotto.

Con le sculture di Bortoli sono stati premiati il regista Mimmo Calopresti, Valerio Caprara, critico cinematografico de “Il Mattino” di Napoli, Laura Delli Colli, presidente nazionale del Sindacato dei giornalisti cinematografici italiani, Eugenio Bennato e Lorena Bianchetti.

 

2010

La Nuova
lunedì 24 maggio 2010
Lettere a la Nuova di Venezia e Mestre

Il Cavaliere di Giorgio Bortoli

E' stato premiato a Trento dal Sindaco Alessandro Andreatta con una targa d'argento lo scultore veneziano Giorgio Bortoli per aver realizzato a Favaro il primo monumento dedicato al Cavaliere. Presto Bortoli ne realizzerà uno che verrà esposto in una delle piazze di Trento, ripreso da uno dei cavallini lignei delle scuderie di Villa Pisani di Stra.

2010

la pagina relativa allo Scultore Giorgio Bortoli

Copertina del Cataogo 2010

Il Maestro Giorgio Bortoli,

é inserito tra le pagine del prestigioso Catalogo d'Arte

"I Grandi Maestri "

Realizzato dal Centro Diffusione Arte

Via L. Ariosto, 19
90144 PALERMO

2010

IL GAZZETTINO
Sabato 8 maggio 2010 -
Un monumento di Giorgio Bortoli dedicato al Cavaliere d'Italia
Un monumento dedicato al “Cavaliere d'Italia” sarà realizzato a Trento dallo scultore Veneziano Giorgio Bortoli, che ha ricevuto dal sindaco trentino, Alessandro Andreatta una targa d'argento.
Alla cerimonia, patrocinata dall'Unci, erano presenti anche il presidente nazionale, Ennio Radici e quello provinciale, Roberto Scarpa.

2010

Foto: L'Araba Fenice scultura di Giorgio Bortoli

LA NUOVA di Venezia e Mestre
Mercoledì 3 febbraio 2010
Giorno e Notte

IN MOSTRA/2 - La "Fenice" di Bortoli

Un'Araba Fenice in acciaio di due metri di apertura alare troneggia da alcuni giorni nello spazio antistante l'imbarcadero di Calle Vallaresso, sotto il mitico Harry's Bar.
E' l'ultima opera dello scultore veneziano Giorgio Bortoli, installata con il patrocinio della Capitaneria di Porto di Venezia nella persona dell'ammiraglio Stefano Vigiani.
Nella stessa collocazione Bortoli aveva già esposto in precedenza una scultura di chimera leone e prima ancora la leggerezza della danzatrice, sempre con il caratteristico taglio delle sagome, che è un pò la cifra dello scultore che ha usato acciaio inox lavorato e tagliato con fiamma ossiacetilene per la sua Fenice.

2009

Il GAZZETTINO
Venerdì 11 settembre 2009

ALLA MOSTRA
Premio "Una vita nel cinema", ma senza gli albergati

(L.M.) Da sedici anni ha ormai comquistato un suo spazio fisso all'interno della Mostra del Cinema di Venezia. E' stato assegnato ieri mattina, sulla terrazza dell'Hotel Excelsior al Lido, il Premio "Una vita nel cinema", ideato e lamciato, nel 1994, dallo scultore lidense Giorgio Bortoli. L'appuntamento, promosso da "Zetatre Eventi" di Silvestro Zecchinato, quest'anno, per la prima volta, non ha avuto il sostegno degli albergatori lidensi, ma è stato supportato da un gruppo di

imprenditori locali come i ristoratori Claudio Barbiero e Luciano Corazzin, il presidente di Venice Convention e Ascom Venezia, Roberto Magliocco, il titolare del "Pachuka", Roberto Ceolin e, appunto, Silvestro Zecchinato.
Sono stati assegnati tre riconoscimenti: alla modella russa, "prestata" al cinema italiano, Elena Bouryka, all'attore Luca Lionello, figlio di Oreste e al giornalista Enrico Tantucci. Tutti i premi sono opere dello scultore Bortoli che, ogni anno, apporta, alle sue creazioni, delle piccole variazioni e degli elementi di novità. L'attrice Bouryke è stata omaggiata "reginetta" con la corona della Mostra a Lionello è andata la zampa vigorosa del Leone di San Marco. A far gli onori di casa è stato ieri il gran cerimoniere di Cinecittà holding, Francesco Mariotti.

2009

La Nuova Venezia
Venerdì 11 settembre 2009

Lido, assegnati i tre premi di "Una vita nel cinema"

È stato assegnato ieri sulla terrazza dell'Excesior all'attore Luca Lionello, all'attrice Elena Bouryka e al giornalista de La Nuova Venezia Enrico Tantucci, la 16a edizione del premio Una vita nel cinema che gli imprenditori lidensi assegnano ogni anno a personalità legate al mondo dei cinema, rappresentato da un'opera dello scultore veneziano Giorgio Bortoli.

Luca Lionello, già alla Mostra ne La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti, è stato Giuda ne La Passione di Cristo di Mel Gibson. Elena Bouryka è una modella e attrice russa che comparirà anche nel Barbarossa di Giuseppe Martinelli. Enrico Tantucci segue da anni la Mostra per il nostro giornale.

I tre premiati da sin. Enrico Tantucci, Elena Bouryka e Luca Lionello


2009


Area Servizi Giornali Online – Radio – SMS - TV
E' stato pubblicato sul mensile on line "Veneto Globale" di MAGGIO 2009 all'indirizzo: http://www.regione.veneto.it/VenetoGlobale/
Il seguente articolo riguardante il Maestro Giorgio Bortoli:

Incontri

Giorgio Bortoli, scultore veneziano

L'’artista Giorgio Bortoli è veneziano e tutt'ora vive e lavora nella città lagunare. La sua formazione artistica ha origine in famiglia: il nonno paterno era, infatti, pittore e scultore nonché un grande conoscitore della musica che componeva e suonava; uomo di straordinario ingegno, fondò insieme ai fratelli la grande ditta di impianti elettrici, e inventò, oltre mezzo secolo fa, la "galleggiante" dalle fantastiche luminarie per la famosissima notte del Redentore.
La sua personalità deve senza dubbio aver influito sul giovane Bortoli che aveva già avuto modo di conoscere anche il maestro Murer durante i suoi soggiorni in montagna. Successivamente, seguendo i preziosi suggerimenti del professor Borsato, egli entra nel vivo dell'attività artistica.

Nel 1984 la sua opera, Esplosivo Visus, è selezionata alla 69’ Mostra Collettiva della Fondazione Bevilacqua La Masa, mentre l'anno successivo l'opera Maris pisces, è selezionata alla 70' edizione della mostra collettiva.
Nello stesso anno offre una sua creazione, intitolata No alla seconda crocefissione, a Papa Giovanni Paolo II; l’opera è ora collocata nei Musei Vaticani di Roma.
L'anno seguente, l'opera intitolata Onda trova collocazione temporanea nel magico scenario del Canal Grande di Venezia, di fronte all'Hotel Europa e Regina, raro e felice esempio di inserimento scultoreo nel delicato tessuto urbano veneziano.

Da questi primi passi mossi nell'ambiente veneziano il percorso artistico di Giorgio Bortoli sarà costellato di commissioni e patrocini che lo vedranno impegnato nella sua città e all'estero, in particolare a Monaco di Baviera dove da alcuni anni ha consolidato la sua presenza.

Nel 1988 per l'Associazione Internazionale Save Venice realizza l'opera Venezia Immaginaria, attualmente esposta a New York con il patrocinio dell'Assessorato alla Cultura di Venezia.

Nel 1989 un Paganini di bronzo dalla figura stilizzata, d'intonazione giacomettiana, è portato al Teatro La Scala di Milano dal maestro Tangucci, ex direttore artistico del teatro La Fenice di Venezia.
In collaborazione con la fornace Seguso, realizza una serie di Fenici in bronzo e vetro per il Teatro La Fenice cui seguono una serie di opere per i festeggiamenti dell'anno marciano, di cui alcune dedicate al Cardinale Patriarca Marco Cè.

Nel 1995, in occasione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, organizza serate musicali ed artistiche d'ispirazione freudiana e crea l'opera Nuovo Leone di Venezia per premiare il Direttore Gillo Pontecorvo nell'ambito del tradizionale premio offerto dall'AVAL.

Nel 1996 è incaricato dagli organizzatori della Mostra Internazionale del Cinema della realizzazione di un ciclo di manifestazioni che si svolgono parallelamente alle proiezioni dei film. Nello stesso anno, la Fondazione Arthur Rubinstein gli commissiona la realizzazione del premio internazionale "Una vita per la musica", che premia il violinista americano Isaac Stern.
Per la Regione Veneto crea i Leoni andanti, in bronzo verde ossidato, una rivisitazione in chiave moderna del leone veneziano. Numerose sono poi le commissioni dal mondo dell'industria, con opere specificamente concepite per rappresentare la storia professionale di alcune importanti aziende che hanno voluto legare il proprio nome ad un'opera esclusiva: la Libco di Milano, ad esempio, o il trofeo per iniziative culturali e sportive offerto dall'acqua minerale San Benedetto e una serie di bronzi per la Nuova Pansac Spa.

Più recente è la collaborazione artistica con la Fincantieri di Marghera e la sponsorizzazione della Illnor Spa per un ambizioso e imponente progetto che vede impegnato l'artista, insieme al fratello Piero, con la macrodimensione.
II desiderio di confrontarsi con una dimensione più ampia di quella degli ambienti interni, induce lo scultore a pensare "in grande", con esiti paragonabili a quelli dell'architettura, per le cospicue dimensioni e per l'impiego di materiali da costruzione come l'acciaio a cui si affianca una ricerca estetica che si sofferma sull'eleganza dei rivestimenti in vetro di Murano che esaltano la preziosità dell'opera.

La macroscultura (ha un'altezza di 2 metri) cui Bortoli sta tuttora lavorando, nasce dall'idea di unire idealmente in un'unica scultura due città d'acqua, da una parte Venezia con il suo campanile, dall'altra New York con la Metropolitan Life Tower.
La struttura portante è in acciaio (fornito dalla Idromacchine di Marghera) e i rivestimenti esterni sono costituiti da particolarissime formelle di vetro riciclato, ognuna diversa dall'altra. II tutto corredato da un angelo alto un metro, in polvere d'oro, che verrà realizzato dal maestro Giorgio Giuman, e da quattro orologi che segneranno l'ora di Venezia e di New York. L'opera, destinata ad essere esposta negli Stati Uniti, ha avuto parole di incoraggiamento anche da parte del Sindaco di Venezia, Massimo Cacciari che ha sottolineato come fra le due città esista una affinità elettiva molto spesso non considerata.

Può raccontarci qualcosa del suo passato? Come è avvenuta la scelta di diventare scultore?

Si potrebbe dire che la scelta non è stata una scelta, ma che uno nasce con una grande passione. Sono figlio d'arte perché mio nonno paterno, ma anche materno come ho scoperto, scolpiva, dipingeva e componeva musica già all'inizio del Novecento. I membri della nostra famiglia nascono come stampatori, ancora prima degli Armeni. Da una ricerca che ho fatto, ho scoperto che la stamperia Bortoli fu venduta agli Armeni e, in seguito all'avvento dell'energia elettrica, la nostra famiglia divenne elettricista. Mio padre mi raccontava che nel cuore di Venezia, nella strada nuova di adesso, c'erano i primi generatori che andavano a nafta e diesel e producevano energia. A Venezia c'è ancora l'impresa Bortoli e cabliamo una buona parte della città.Mio nonno invece studiava all'Accademia, andava al Conservatorio di Musica, dipingeva, faceva studi di anatomia e io penso di aver preso qualcosa da lui. Mio padre non esercitava in quanto continuava a seguire l'impresa di famiglia, però sapeva dipingere e disegnare molto bene. Io invece, per un salto generazionale, già a sei, sette anni cominciai a fare le mie prime piccole sculture, cominciando col legno, andando in montagna nei boschi tra Alleghe e Falcade, dove avvenne il mio primo incontro con il maestro Murer, che io non conoscevo e che mi dava qualche consiglio per l'intaglio. Quindi iniziai gli studi: studiavo elettronica e volevo fare ingegneria, ma presto capii che non era la mia strada. Così mi misi alla ricerca dell'Accademia giusta e scelsi Brera. Tuttavia non continuai gli studi e iniziai invece un percorso formativo di apprendistato nelle botteghe, come si faceva una volta, imparando come lavorare il marmo dai marmisti, il ferro dai carpentieri e dai fabbri, il vetro a Murano, nelle fonderie, per oltre trent'anni; mi davo da fare autonomamente e ricevevo consigli tecnici dagli altri artisti.

Ha conosciuto persone che hanno permesso la sua crescita artistica e di migliorare?

Sì, qualcuno sì. Borsato, ad esempio, alla Bevilacqua La Masa quando feci le prime esposizioni, lui pittore e non scultore, oppure Guido Perocco, già direttore dei Musei Civici che di tanto in tanto veniva a trovarmi in studio, e altri ancora fino ad arrivare al giorno d'oggi, con l'amico Bruno Rosada che mi ha sempre sostenuto. Altre conoscenze importanti le devo ad incontri e frequentazioni in giro per l'Italia, perché da cinque o sei anni faccio parte del Ministero dei Beni Culturali e a Roma ho la possibilità di confrontarmi a livello nazionale. Prima ancora dell'ossatura fatta in Germania a Monaco di Baviera, è stato importante il confronto con mio fratello in Inghilterra ormai da quindici anni. Anche lui si occupa d'arte con installazioni in altri Paesi; in Italia siamo ancora arroccati sulla scultura classica e così il nostro territorio. Il confronto con mio fratello Piero non dico sia quotidiano ma settimanale. Si lavora e ci si sposta in continuazione, il tempo non basta mai, poi io da veneziano di un'isola ex d'oro, il Lido, sono un po’ scomodo e mi devo muovere in moto.

Cosa vuol dire far scultura?

E' il mio mondo, ma non lo so se è lo scopo della mia vita. E’ un grande sacrificio, è credere idealmente in quello che uno sente dentro, una grande energia che uno cerca di trasformare. Dicono che noi siamo come dei trasduttori che prendono quest'energia, che non si sa da dove venga, senza esagerare, e la trasformano meccanicamente.

Cosa pensa della scultura classica greca e romana?

Rimane sempre un grande punto di riferimento, pensiamo al Canova, ad esempio. Tuttavia lo è anche l'architettura con grandi maestri come Palladio oppure Carlo Scarpa, l'architetto senza laurea; con le mie sculture di grandi dimensioni si è spesso parlato di costruzione.

Ci sono progetti per il futuro?

Adesso sto riprendendo in mano il gemellaggio con il nuovo continente, l'America. Dopo la scultura dell'aeroporto, si sta facendo la gemella sempre a Marghera, pero' con l'inserimento del Palladio. Un altro progetto importante è un cavallo per una nuova piazza a Mestre, che io faccio rinascere e interpreto da Brustolon, il “Michelangelo del legno”. Il cavallo l'ho trovato a Villa Pisani, lo sto riportando in vita e sviluppando in un materiale contemporaneo. Per fortuna il lavoro non manca.

Si occupa anche della formazione di altri artisti?

Ho qualche collaboratore e alcuni ragazzi dell'Accademia, e cerco di seguirli, in particolare quelli che dimostrano più talento. Provo a trasmettere loro la mia passione e per quanto riguarda la mia capacità penso di avere un po’ di esperienza. Vorrei avere più tempo per insegnare e per istruire un po’ di ragazzi, farli crescere, visto che lo spazio c'è. Il mio sogno sono le factory americane alla Andy Warhol, anziché quelle tedesche in Germania. Spazi dove avere tanti artisti a lavorare in squadra, non chiudersi egoisticamente da soli; una volta i gruppi di artisti stavano assieme, andavano contro le istituzioni e riuscivano a creare nuove correnti come il futurismo. Per esempio uno come Pasolini si muoveva anche contro la Biennale. Lavorare, lavorare tanto, credere e sacrificarsi perché ne vale davvero la pena. Prima o poi, se uno ci crede e lo fa con passione, i risultati arrivano.

2009

la pagina relativa allo Scultore Giorgio Bortoli

Il Maestro Giorgio Bortoli,

é inserito tra le pagine del prestigioso Catalogo d'Arte

"AVANGUARDIE ARTISTICHE"

Realizzato dal Centro Diffusione Arte - Edizioni e Promozioni Artistiche

Via L. Ariosto, 19
90144 PALERMO

Copertina del Catalogo 2009

2009



In alto sinistra l'articolo pubblicato su Il Gazzettino di Venezia; In basso a sinistra l'opera realizzata dal Maestro Bortoli e raffigurante la chiesa del Redentore; sopra, Giorgio Bortoli, con il Patriarca A. Scola al centro e l'Ammiraglio S. Vignani a destra.

IL GAZZETTINO di Venezia
7 marzo
2009
LETTERE & OPINIONI

VENEZIA - Un modello in scultura della chiesa palladiana del Redentore, con il profilo svettante del campanile di San Marco. è stato offerto in dono al Patriarca Card. Angelo Scola dall'artista lidense, Giorgio Bortoli, che lo ha conseganto al Presule, presente anche l'Ammiraglio Stefano Vignani - nella foto - autore della ricerca storica e architettonica sull'insigne basilica alla Giudecca.
La scultura è posta su un pannello in acciaio inox e lavorata a fresa elicoidale per farne maggiormente risaltare la lucentezza: è stata studiata e composta con la scelta di un'ideale spinta verso l'alto, quasi a voler decollare, come spiega l'autore, nel firmamento di una totale sublimazione divina. Il Patriarca di Venezia ha vivamente ringraziato gli ospiti, sottolineando pure il significato di questo gesto, che va a collocarsi nell'ambito delle celebrazioni per i cinquecento anni della nascita di andrea Palladio.

2009

CN cronaca numismatica di gennaio 2009
pubblicate le medaglie realizzate da Giorgio Bortoli in occasione del centenario dell'Hotel Excelsio Palace al Lido di Venezia

2008

LA NUOVA VENEZIA
A cura della
A. Manzonl S.p.A.
CARNET VENETO
Venerdì 5 dicembre 2008

Pensando Venezia e New York
Le torri, l'acqua e la scultura: Palladio e l'arte di Giorgio bortoli

Venezia e la laguna, New York e la sua baia. Due città e i loro luoghi, eventi che possono avere molto in comune, a dispetto delle apparenze. Soprattutto quando lo racconta l'arte. Bene lo sa lo scultore Giorgio Bortoli che ha dato vita ad una scultura che «somma» e intreccia un'immagine di Venezia ed una di New York. Dopo aver stazionato a Marghera ed aver attraversato Venezia, oggi possiamo ammirare la scultura di Bortoli all'ingresso dell'aeroporto Marco Polo di Venezia. Un evento che continua e si rinnova, grazie all'interesse dell'Associazione Venezia-Marghera-New York e la partecipazione delle autorità: Bortoli sta lavorando ad una seconda scultura, con le medesime dimensioni, che porterà con se anche un chiaro rimando a Palladio, un omaggio ed un ricordo.

Si festeggia il Cinquecentenario di Palladio e Giorgio Bortoli ha progettato un'idea che intreccia la modernità e la lezione del grande artista ed architetto: un'idea che diventa scultura, vivendo la tradizione e l'attualità, secondo un concetto caro a Bortoli. Un principio che troviamo nel lavoro a cui Bortoli sta lavorando, nonchè nell'opera già terminata che oggi ammiriamo all'aeroporto Marco Polo e che ha attraversato Marghera e Venezia, raccontandole assieme a New York.
Ecco la sua storia. Venezia, i ponti, le chiese i palazzi, i campanili che si specchiano e identificano la sua storia millenaria di città marinara. E poi New York, i grattacieli, le torri, le luci che si specchiano e identificano la città moderna. Due città diverse, ma simili nell'elemento naturale che le unisce: l'acqua, il mare. Venezia e il campanile di San Marco; New York e il Metropolitan Life Tower: due simboli che strutturalmente caratterizzano la diversità, ma che, nella linearità architettonica, sono proporzionalmente simili quasi ad identificarsi con l'elemento che, lambendo le due città, le unisce. Un'artista, uno scultore che raccogliendo la complementarietà, riporta il campanile di San Marco e il Metropolitan Life Tower in un unico corpo, quasi a carpire e riprodurre nella sua simbologia l'elemento che unisce Venezia e New York: I'acqua.

L'Opera L'archiscultura alta 12 metri assembla in un unico corpo il campanile di San Marco e il grattacielo del Metropolitan Life Tower di New York. I Materiali utilizzati rappresentano la modernità con l'acciaio e la storia, I'arte e la ricerca con il vetro. Le colorazioni e le specchiature dell'acciaio donano a questo materiale un calore e una vivacità non conosciute, che sono il frutto delle varie sperimentazioni effettuate nel percorso creativo dell'artista. II vetro viene inserito in più parti: nel campanile di San Marco con formelle sfumate colorate e con l'angelo in polvere d'oro zecchino; nel Metropolitan sui pinnacoli angolari e sulla maestosa guglia piramidale finemente decorata. II gioco di luci all'interno del campanile di San Marco è stato studiato per suscitare sensazioni di movimento come i palazzi che si specchiano di notte sull'acqua dei canali di Venezia. Quattro grandi orologi si affaccianosui lati della torre del Metropolitan per segnare l'ora di Venezia e di New York e sulla sua sommità verrà collocata una lanterna illuminata. II peso complessivo delI'opera finita è stimato in circa 1800 chili. Cosi la racconta lo studioso Bruno Rosada. «E' rimasta tre o quattro mesi nella Piazza Mercato di Marghera, suscitando l'ammirazione della gente. Ora galleggia sulle acque della laguna. E anche questo ha valore simbolico.
E' un'agile archiscultura, cioè una installazione di tipo particolare, misto di architettura e scultura, alta 12 metri, opera dello scultore veneziano Giorgio Bortoli. Voluta dalla Municipalità di Marghera (Comune di Venezia) e prodotta dall'Associazione Marghera-Venezia-NewYork, 'rappresenta il campanile di San Marco contenuto all'interno del Metropolitan Life Tower di NewYork', come si legge sulla targa collocata ai piedi della struttura. La Metropolitan hife Tower, costruita nel 1909, che è stata fino al 1913 l'edificio più alto del mondo, venne progettata dall'arch. Le Brun su immagine del campanile di San Marco quasi per trapiantare nel territorio americano un respiro della vecchia Europa e per questo è stata scelta da Giorgio Bortoli come 'contenitore' del campanile di San Marco che sembra trovare riparo al suo interno, con l'evidente intento di manifestare una esigenza e un desiderio, che la modernità in tutte le sue forme non sconfigga il passato ma lo tuteli e ne tragga i debiti ammaestramenti». Chi è Giorgio Bortoli. Un veneziano; scrive Rosada. «Nel primo Novecento, quando ancora la gente non sapeva quasi che cosa fosse l'elettricità, il nonno Luigi con i fratelli Ettore e Giacomo ha fondato per anni un'impresa di impianti e installazioni elettriche. Insomma il senso dell'impresa, il gusto dell'innovazione, la consapevolezza del progresso sono dati presenti nel suo DNA. Lui fa lo scultore, ma ha della scultura una concezione fortemente innovativa».

2006

IL GAZZETTINO - Mestre
Sabato 12 agosto 2006

(gi.gim.) Una scultura per Catene. La proposta giunge dall'artista veneziano Giorgio Bortoli che, nei mesi scorsi, ha esposto il prototipo della composizione in bronzo nelle sagre, organizzate a Marghera, ma anche al salone nautico di Venezia e, a Roma, presso la biblioteca na-zionale "Angelica", durante la settimana della cultura patrocinata dal ministero dei Beni Cul-turali.
II monumento, nelle intenzioni dell'artista, po-trebbe essere collocato nella futura piazza di Catene. La proposta ha trovato un sostenitore in Roberto Turetta, ex presidente della Muni-cipalità di Marghera, e ora presidente della sesta commissione comunale Cultura, turismo e tradizione che sollecita un dibattito sulla pro-spettiva di caratterizzare la piazza con un monumento, e ravvisa allo stesso tempo nel pro-getto di Bortoli la capacità di unire la "simbologia storica alla dinamicità della comunità di Catene".
Il monumento, infatti, rappresenta il vomere di un aratro dal quale si dipartono delle catene e, quasi spontaneamente, nasce l'intelaiatura di una chiglia di un'imbarcazione.
La critica ha riconosciuto più volte a Bortoli la capacità presentare la materia così come la immaginiamo. I materiali usati, che siano legni, metalli o plastiche, sono riconoscibili ed esaltati nella loro natura. Allo stesso tempo, però, vivono nel messaggio che sono portate a diffondere. E anche il rapporto dell'artista con Marghera è consolidato: basti pensare che è nata nella città giardino - con l'assemblaggio definitivo in piazza Municipio, in una mostra-cantiere - l'archiscultura di acciaio e vetro di Murano, alta dodici metri, con cui, qualche anno fa, Bortoli ha unito idealmente in un'unica scultura due città d'acqua, rappresentate, l'una, Venezia, dal campanile di S. Marco e l'altra, New York, dal Metropolitan Life Tower. E ora, la nuova sfida, proporre un simbolo per Catene...

IL GAZZETTINO - Mestre
Saturday 12 August 2006

(gi.gim.) A sculpture for Chains. The proposal comes from the Venetian artist Giorgio Bortoli who, in recent months, has exhibited the prototype of the bronze composition in the festivals, organized in Marghera, but also at the Venice boat show and, in Rome, at the "Angelica" national library ", during the week of culture sponsored by the Ministry of Cultural Heritage.
The monument, in the intentions of the artist, could be placed in the future square of Chains. The proposal has found a supporter in Roberto Turetta, former president of the Muni-cipality of Marghera, and now president of the sixth municipal commission Culture, Tourism and Tradition that solicits a debate on the prospect of characterizing the square with a monument, and recognizes the the same time in the project of Bortoli the ability to combine the "historical symbology with the dynamism of the community of Chains".
The monument, in fact, represents the plow of a plow from which chains depart and, almost spontaneously, the frame of a keel of a boat is born.
Critics have repeatedly recognized Bortoli's ability to present matter as we imagine it. The materials used, whether wood, metal or plastic, are recognizable and enhanced in their nature.
At the same time, however, they live in the message they are brought to spread. And the relationship of the artist with Marghera is also consolidated: just think that it was born in the garden city - with the final assembly in Piazza Municipio, in an exhibition-building site - the twelve-meter high steel and glass archiscultura of Murano, with which, a few years ago, Bortoli has ideally combined into one sculpture two water cities, represented, one, Venice, from the bell tower of S. Marco and the other, New York, from the Metropolitan Life Tower. And now, the new challenge, propose a symbol for Chains ...

2006

Il Gazzettino - Cultura & Spettacoli - Arte
Martedì 9 maggio 2006

A Villa Pisani il cavallo di Giorgio Bortoli

Il Gazzettino - Culture & Shows - Art
Tuesday, May 9, 2006

At Villa Pisani the horse of Giorgio Bortoli

2006

La Nuova - Giorno e Notte
Mercoledì 4 gennaio 2006

Restaurata "Tsunami", scultura di Giorgio Bortoli realizzata nel ventennale dell'alluvione del '66

Restaurata la scultura in acciaio del veneziano Giorgio Bortoli, che raffigura un'onda su paline, realizzata nel 1986 e che oggi, a un anno dal maremoto in India e a 20 anni dalla realizzazione della scultura, è di drammatica attualità. L'opera, scrive il soprintendente ai Beni architettonici, Guglielmo Monti, "era un monito, significativamente esposto su un pontile galleggiante in Canal Grande, per ricordare l'alluvione del '66 e mettere in guardia dalle nefaste conseguenze che possono derivare dal moto ondoso.
Lo scultore, che da due anni collabora con la Soprintendenza che dirigo", aggiunge l'architetto Monti, "ha potuto così restaurare la sua delicata creatura, rovinata dall'ossido dell'acqua marina ma riportata al primitivo splendore con le tecniche più aggiornate".

L'opera di Bortoli è stata esposta all'ultimo Salone dei beni culturali, "importante occasione per ricordare ai veneziani e al mondo intero l'immensa responsabilità nei confronti di un patrimonio incomparabile ma purtroppo molto fragile".

La Nuova - Day and Night
Wednesday, 4 January 2006

Restored "Tsunami", sculpture by Giorgio Bortoli realized during the twenty years of the flood of '66

Restored the steel sculpture of the Venetian Giorgio Bortoli, depicting a wave on poles, built in 1986 and today, a year after the tsunami in India and 20 years after the realization of the sculpture, is of dramatic actuality. The work, writes the superintendent of the architectural heritage, Guglielmo Monti, "was a warning, significantly exposed on a floating pier in the Grand Canal, to remember the flood of '66 and warn against the harmful consequences that may derive from the wave .
The sculptor, who has been collaborating with the Superintendency for two years, "adds the architect Monti," has been able to restore his delicate creature, ruined by seawater oxide but brought back to its original splendor with the most up-to-date techniques " .

The work of Bortoli was exhibited at the last Exhibition of Cultural Heritage, "an important occasion to remind the Venetians and the whole world of the immense responsibility towards an incomparable but unfortunately very fragile heritage".

2005

IL GAZZETTINO
Martedì 25 ottobre 2005

CAMPANILE DI SAN MARCO
Lo scultore Bortoli interviene sui recenti ritrovamenti "archeologici"
"Quei mattoni sono sempre stati lì"
"Da 15 anni utilizzo per alcune delle miei opere le macerie del famoso crollo"

Scoperta: "Atto, effetto dello scoprire ciò che prima era ignorato da tutti". Così lo Zingarelli: è dunque è difficile definire così una notizia circolata quest'estate relativa ai mattoni del campanile di San Marco, crollato nel 1902, di cui sarebbe stato localizzato il luogo di discarica, in mare aperto, davanti a San Nicolò di Lido. "Dove fossero i mattoni - spiega infatti lo scultore Giorgio Bortoli, lo si sapeva da sempre: al riguardo esistono cronache e saggi documentati, ed io stesso ho recuperati mattoni a centinaia, che infatti da almeno 15 anni adopero per le mie sculture".
Bortoli racconta che le sue opere, realizzate coi mattoni del campanile, sono esposte sotto gli occhi di tutti in tantissimi luoghi istituzionali, come il Consiglio Regionale o l'aeroporto,

che altre (è successo anche domenica scorsa) sono state date come premio ai vincitori della Venice-Marathon, che perfino Woody Allen a casa sua ha un campanile di San Marco in vetro riempito di mattoni di quello "vero".
Una scultura identica a quella di cui pubblichiamo la foto, ripresa al Caffè Florian. Ai piedi del campanile c'è un leone marciano, anch'esso appoggiato a un mattone del primo paròn di casa.

Già nel 1992, in occasione degli 80 anni del nuovo campanile di San Marco, il Gazzettino titolava "L'Adriatico restituisce i vecchi mattoni" raccontando a firma di Augusto Pulliero che le macerie erano state gettate in mare a soli 200 metri dalla diga di San Nicolò, poco prima del faro (dove infatti li ha trovati Bortoli), e che ad ogni mareggiata in spiaggia se ne trovavano a iosa. Alcuni mattoni, raccontava ancora il Gazzettino, sono stati scaricati ancora più lontano, a 14 metri di profondità e a quasi 3 miglia dalla costa: probabilmente sono quelli scoperti quest'estate. Sulla questione vi è addirittura un numero speciale del Gazzettino nel 2002 (centenario del crollo), per non dire dei saggi e degli articoli di Leopoldo Pietragnoli e Bruno Rosada.

2005

IL GAZZETTINO
Mercoledì 15 giugno 2005

ARTE - La "Leggerezza" di Giorgio Bortoli a San Marco - Venezia

In un momento in cui il connubio tra imprese private e arte é difficile, al punto che anche la Biennale fatica a trovare partner per la fondazione, un'azienda e un artista hanno trovato il modo
di lavorare insieme per produrre ed esibire un'opera che da alcuni giorni è in mostra tra l'imbarcadero Actv di calle Vallaresso e la riva, illuminata al calare dela notte.
"Leggerezza" (nella foto) è il titolo della scultura dell'artista Giorgio Bortoli, realizzata in collaborazione con l'impresa di costruzioni Grigolin.Si tratta di un'opera in acciaio calandrato, saldato e verniciato, di 4 metri di altezza. "L'idea e il titolo - spiega Bortoli - sono nati parlando alcuni anni fa con l'architetto Renzo Piano, durante una cerimonia di consegna di un mio bronzetto a Carla Fracci.
Quel bronzetto rappresentava una danzatrice filiforme di intonazione giacomettiana. Ricordo che si discuteva sul "togliere" anzichè "mettere", Piano in architettura io in scultura, arrivando a parlare sulle città invisibili di Italo Calvino, forse oggi non proprio utopistiche. Io cerco di togliere, lasciando l'essenziale e magari di far vedere quello che c'è dentro la scultura, anche scomponendo e al tempo stesso assemblando, sempre però negli elementi essenziali".
La scultura, dopo l'esposizione nel periodo della Biennale a San Marco Vallaresso, tornerà a Palazzo Soranzo Cappello, sede della Soprintendenza alle Belle arti. Un'altra opera di Bortoli - il campanile di San Marco inserito in un grattacielo newyorkese - si trova all'ingresso del nuovo aeroporto Marco Polo di Tessera.

Vice capocronista: Davide Scalzotto

2003

Giorgio Bortoli

Al teatro Goldoni di Venezia, nel novembre dell'anno scorso, veniva consegnata al famoso architetto Renzo Piano e alla ballerina classica Carla Fracci l'opera in bronzo "La danzatrice" dello scultore veneziano Giorgio Bortoli nell'ambito del prestigioso premio "Una vita nella musica".

Filiforme, essen-ziale, leggera quasi al limite dell'equilibrio stati-
co: una fisionomia stilizzata ma permeata di un armonico equilibrio tra forza e movimento, l'opera, circa 50 centimetri,
rappresenta il segno di uno scultore attento ed ispirato. Le sue opere sono espo-ste alla galleria dell'Hotel La Fenice et des Artistes a S. Marco

MAP:F6 ShowROOM ALBERGO La FENICE ET DES ARTISTES o S.M. 1937 o PH. +39.041.5232333.

2002

IL GAZZETTINO
CULTURA & SPETTACOLI

Domenica 15 settembre 2002
ARTE E DINTORNI - Molti premi realizzati per la Mostra del Cinema - Le originali creazioni di Giorgio Bortoli

VENEZIA - (L.M.) Un premio, nato nel '94 per volontà dello scultore Giorgio Bortoli, che ogni anno, in occasione della Mostra del cinema, viene assegnato a personaggi di chiara fama, così da sottolineare l'alto ruolo istituzionale, culturale e sociale della Biennale di Venezia. La kermesse cinematografica diventa così non solo specchio di sé stessa, ma un osservatorio unico dal quale studiare il mondo.
E proprio per sottolineare questa unicità, Bortoli ha voluto creare un nuovo Leone Marciano, fedele all'originale ma davvero molto speciale perché sezionato in quattro parti e realizzato, dopo uno studio ad hoc, a strati. Una ricerca non solo dal punto di vista tecnico, ma animata anche da un contenuto filosofico sulla stratificazione dei pensieri e dei sogni.

gni anno l'iniziativa assume sempre maggior prestigio: la novità ora è che i tre premi assegnati quest'anno nel corso della 59a Mostra del Cinema, hanno l'egidia e sono targati dal Gazzettino. La Municipalità dell'isola e la delegazione Ava (Associazione veneziana albergatori) del Lido, con il supporto della Ditta "Zeta3" di Zecchinato hanno voluto premiare l'impegno critico di Gianni Ippoliti, come inventore di "Ridateci i soldi", con un'opera di Giorgio Bortoli, ricavata da una vecchia bobina cinematografica che raffigura il leone che si mangia l'Oscar. Quasi una risposta alla recente polemica di Vittorio Sgarbi che ha sminuito l'importanza del Leone d'oro. Al centro, in perfetta sintonia con il premio, trova spazio la prima pagina dorata del Gazzettino.
Il direttore del festival De Hadeln ha incoronato, con una splendida coroncina in bronzo dorato, su profili veneziani assemblati con la prima pagina in argento del Gazzettino, la reginetta più bella del festival Lolita Sirola. Infine verrà consegnato al presidente della Biennale Franco Bernabe, nel corso di una serata che vuole organizzare la Municipalità, un leone a strati montato su un reperto del Campanile di san Marco. Anche questo premio è targato dal nostro giornale.

2002

La Nuova
sabato 16 febbraio 2002

Una scultura di giorgio Bortoli in dono ai vigili del fuoco di New York.
Il Leone vola sul teatro La Fenice

Una scultura tutta veneziana per i vigili del fuoco di New York. A Palazzo Rota, a S. Marco, una delegazione dei pompieri di New York è stata premiata con un'opera dello scultore veneziano Giorgio Bortoli, un leone di bronzo montato su un pezzo bruciato del teatro La Fenice. L'opera è stata consegnata da Alberto Stradiotto per la Metrasped Tiss, a sottolineare la vicinanza della città lagunare con la metropoli americana.
Il caposquadra ha commentato con visibile commozione: "I have a lump in my throat", "Ho un nodo alla gola" a ricordare le scene del teatro in fiamme.

Le due città sono legate anche dal progetto Marghera-Venezia-New York, che vede impegnato Giorgio Bortoli nella realizzazione dell'opera che raffigura il campanile di san Marco inserito nel Metropolitan Life Tower di Manhattan.Michael, uno dei ragazzi della squadra, ricordava di essere stato solo pochi mesi prima proprio sulla punta del grattacielo americano, costruito come esatta copia di dimensioni raddoppiate rispetto al campanile marciano quando questo è crollato agli inizi del Novecento, a sostituire le luci che ne illuminano la sommità.

Il progetto vede impegnata la Metrasped Tiss per il supporto logistico e l'organizzazione del trasporto eccezionale che porterà l'opera in verticale, di ben 12 metri d'altezza, alla banchina d'imbarco. L'incontro a Venezia è stato organizzato da Ferdinando Galli che, con il figlio Andrea, seguirà la fase conclusiva del progetto.

1996

 

IL GAZZETTINO
Martedì 15 ottobre 1996 - V
ENEZIA - ARTE

Un campanile di S. Marco di Giorgio Bortoli acquistato dalla Germania

Avrebbe voluto presentare la sua scultura, dopo la rimozione delle impalcature dal campanile marciano, ma nel frattempo è stata acquistata da un'industria di Monaco. Così l'artista veneziano Giorgio Bortoli, ha deciso di esibirla ieri al Caffè Florian prima di spedirla definitivamente all'estero.

Si tratta di un campanile di San Marco alto un metro e mezzo realizzato con una tecnica mista.

La cuspide in rame, sovrastata da un angelo di bronzo, poggia su una cella campanaria di lava vetrificata. Ma la particolarità di quest'opera sta nel fatto che la torre campanaria in cristallo, è stata "riempita" con dei vecchi mattoni della torre campanaria crollata un centinaio di anni fa, intaccati dai crostacei lagunari.

1996

IL GAZZETTINO
Martedì 15 ottobre 1996

Una "Fenice" per la rinascita

L'Omaggio dello scultore Giorgio Bortoli al Teatro

1996

Smart - settimanale di fotoannunci
24 maggio 1996

1996

IL GAZZETTINO
Mercoledì 8 maggio 1996

Una scultura della Fenice alata a Cacciari

1996

IL GAZZETTINO
Martedì 13 febbraio 1996

Lo scultore Bortoli offre dieci "simboli" in vetro

1994

 

IL GAZZETTINO
Mercoledì 19 ottobre 1994

Lo scultore Giorgio Bortoli dona al sindaco una sua opera
"Un'orda di topi sulla città"

Un'orda di topi in alluminio che dà l'assalto a una Venezia in acciaio, suggerita dal profilo dei suoi monumenti più importanti, dalla Basilica di San Marco al ponte di Rialto alla Salute, una città stretta da un nodo scorsoio e fasciata da una bandiera bianca …

E' Venezia 1994, nuova scultura di Giorgio Bortoli, che al tema dei topi dedicò tre anni fa un'altra scultura, "L'Onda", poi finita a Milano con il seguito della vicenda "Il pifferaio magico".
"Una provocazione e insieme un augurio, perché si affrontino e si risolvano i problemi della città, a cominciare dallo scavo dei rii, altrimenti qui resteranno soltanto i topi …" ha spiegato Bortoli, il quale ha portato la scultura a Ca' Farsetti e l'ha offerta al sindaco (fotoattualità).

 

1994

IL GAZZETTINO di VENEZIA
Mercoledì 14 settembre 1994

TRA CALLI E CAMPIELLI - Rondi premiato daglil albergatori Lidensi
L'associazione albergatori del Lido ha voluito offrire, a mezzo del presidente Gino Serafini (a sinistra, nell'immagine di Fotoattualità), un'artistica scultura in bronzo al presidente della Biennale, Gianluigi Rondi (al centro).

L'opera, dello scultore Giorgio Bortoli (a destra), rappresenta la Venezia monumentale sormontata da una pellicola, intendendo così significare lo stretto legame tra la categoria degli albergatori e la stessa Biennale, che la Mostra del Cinema ha un rapporto di stretta collaborazione fin dai tempi della fondazione

1994

IL GAZZETTINO
Lunedì 1 agosto 1994

Premiata la ballerina Ulanova a San Marco

Apertura d'eccezione, in Piazza San Marco, per gli spettacoli presentati dal balletto e dall'orchestra del Teatro Bolshoi di Mosca.
La ballerina Galina Ulanova è stata premiata da Gianfranco Pontel, sovrintendente della Fenice, con una scultura dell'artista veneziano Giorgio Bortoli, raffigurante la Fenice;

un riconoscimento è stato consegnato pure a Yuri Grigorovich, direttore del balletto (vedi immagine Fotoattualità).

1993

LA NUOVA VENEZIA
Martedì 25 maggio 1993

UNA scultura contro la droga. E' stata presentata ieri al Liceo Marco Polo un'iniziativa che coniuga arte e problemi sociali. Per iniziativa di un privato, l'ingegner Salvatore Pianura e con la collaborazione del preside del Liceo Bruno Rosada, sono stati fatti stampare migliaia di cartoline e manifesti che riproducono l'opera che lo scultore lìdense Giorgio Bortoli ha dedicato alla droga.

Essi saranno distribuiti nelle scuole e in altri punti di pubblico interesse del nostro Paese, per sensibilizzare i giovani e l'opinione pubblica intorno a questo problema. (foto) La scultura contro la droga: da sinistra Pianura, Rosada e Bortoli

1993

IL GAZZETTINO
Martedì 25 maggio 1993

Droga-Aids: sicuramente uno dei binomi più allarmanti degli ultimi anni.
L'opera di sensibilizzazione e quindi di prevenzione, risultata, almeno per il momento, l'unica tattica efficace per evitare l'ulteriore diffusione della malattia. La scultura firmata da Giorgio Bortoli, un teschio in fusione di alluminio infilzato da varie siringhe e retto da un'asta in bronzo su un piedistallo tombale di granito nero d'Africa, rappresenta sicuramente un messaggio esplicito esplicito, diretto, capace di impressionare l'osservatore e di indurlo alla riflessione.
L'ingegnere Salvatore Pianura (Compagnia di navigazione Stargas Spa), amico ed in questo caso "mecenate" del giovane scultore lidense, si è offerto di riprodurre e stampare l'opera in 2000 cartoline (da inviare in tutta Italia) e in 350 manifesti, già da alcuni giorni affissi sui muri di Venezia e Mestre.

Anche il Liceo Classico Marco Polo è "sceso in campo" per contribuire a far conoscere la scultura-messaggio di Bortoli. Il preside Bruno Rosada ha infatti organizzato una prima conferenza, alla quale ne faranno seguito presto altre, proprio nella sede della scuola, in modo che l'iniziativa possa essere diffusa soprattutto tra i più giovani, ovvero tra coloro che per età e inesperienza, corrono il maggior rischio.

- L'opera, particolarmente "forte" e incisiva anche nella sua versione su manifesto, risulta sin troppo "terroristica" - ah osservato Pianura - ma a volte il terrore può essere l'unico mezzo per salvare chi è già in bilico e sta per intraprendere una strada sbagliata e senza possibilità di ritorno -.

(foto) "Aids" scultura dell'artista veneziano Giorgio Bortoli. Il teschio è in lega leggera (fusione in alluminio)

1992

LA NUOVA VENEZIA
Lunedì 22 giugno 1992

Lo scultore Giorgio Bortoli ha presentato un sua opera al convegno sull'Aids e le epatiti nelle carceri, che si è tenuto lo scorso fine settimana alla Fondazione Cini. "Aids", appunto, il titolo della

scultura di Bortoli, non nuovo a provocazioni con forte impegno sociale: un teschio in lega leggera, con piantate venti siringhe, e fissato su un basamento in granito nero d'Africa, a rendere l'idea della tomba.

L'ha apprezzata anche Nicolò Amato, direttore generale degli istituti di pena.

1989

LA NUOVA VENEZIA
Domenica 6 agosto 1989

"SALVA VENEZIA"
"SAVE Venice", salva Venezia, è il titolo della scultura a tecnica mista realizzata da Giorgio Bortoli dopo il concerto dei Pink Floyd e le polemiche che ne sono seguite.
Un supporto che richiama la sagoma del "Mose", il modulo sperimentale per la chiusura delle bocche di porto: un reticolo che richiama il grafico di un computer, simbolo della società che si avvia al Duemila; tanti elastici, che tengono sospesa Venezia, che avvolgono la Basilica, il campanile, Palazzo Ducale e il ponte di Rialto: sono questi gli elementi principali dell'opera creata dall'artista del Lido.

Gli elastici indicano la fragilità del tessuto urbano, denunciano che la città è sospesa, abbandonata tra mille progetti che non si realizzano mai.

Sopra a tutto c'è un uomo, che fa pipì: così, anche per la mancanza di servizi igienici durante il concerto dei Pink Floyd, è caduta la giunta.

1987

VENEZIA 7

Settimanale indipendente ideato e diretto da Franco Batacchi
3 agosto - 26 agosto 1987

Sculture di Bortoli al Des Bains

Giorgio Bortoli, giovane scultore veneziano, brucia rapidamente le tappe della sua carriera. Attualmente alcune sue composizioni - di sapore neo-metafisico - sono esposte nelle sale dell'Hotel Des Bains al Lido di Venezia

1987

IL GAZZETTINO di VENEZIA
Giovedì 12 febbraio 1987

Madonna Bronzea di Bortoli alta due metri

Un'opera d'arte moderna uscita dallo studio di uno scultore vivente entra a far parte del patrimonio culturale del Lido costituendo al di là del valore intrinseco del significato religioso una novità e un contributo all'arricchimento dell'arredo urbano dell'isola.
La scultura realizzata da Giorgio Bortoli raffigura una Madonna e ha trovato collocazione nel Piazzale La Fontaine a Ca' Bianca.
La cerimonia dell'inaugurazione si è svolta ieri pomeriggio alla presenza di monsignor Fusaro, di rappresentanti del Consiglio di quartiere - assente il vicesindaco Bergamo per altri impegni - e di numerosi cittadini con la partecipazione del parroco di Sant'Ignazio don Paolo Donadelli che ha benedetto la statua.

L'originalità dell'opera, alta due metri il cui soggetto molto stilizzato è una Vergine orante, consiste nel fatto che è ottenuta con la saldatura di tondini di bronzo precedentemente sagomati. Il materiale inoltre ha subito un procedimento di ossidazione che ne ha garantito un'azione protettiva nel tempo.
La scultura voluta espressamente dalla parrocchia di Sant'Ignazio è stata realizzata grazie al contributo del Banco san Marco per la progettazione ed alla collaborazione delle officine fabbrili di Ettore Bertoldini di Malamocco. L'idea è nata in occasione della visita di Giovanni Paolo II al quale fu donato dal Teatro La Fenice un Crocifisso in legno dello stesso Bortoli, ora al museo vaticano.
Giorgio Bortoli è anche autore di una scultura in ferro battuto intitolata "Onda" che è stata esposta davanti all'Hotel Europa & Regina in Canal Grande in occasione della ricorrenza dell'acqua alta del 4 novembre '66.
Roberta Bearzi

1987

La Nuova Venezia
Martedì 3 febbraio 1987

Una Madonna bronzea nel Piazzale di Ca' Bianca

E' alta complessivamente due metri la Madonna bronzea che sorgerà a Ca' Bianca, al Lido, nel Piazzale dedicato al cardinale La Fontaine. L'opera (nella foto), creazione dello scultore Giorgio Bortoli, verrà inaugurata mercoledì 11 alle 16,30 alla presenza del vicesindaco Ugo Bergamo e probabilmente di monsignor Fusaro in rappresentanza del patriarcato; una cerimonia religiosa e civile nel contempo.
Progettazione ed esecuzione sono rispettivamente a cura del Banco San Marco e della ditta Fabbrile & Bartoldini. "Si tratta di un'opera moderna, stilizzata - spiega Giorgio Bortoli, 26 anni, un curriculum artistico già costellato di tappe inportanti - E' una costruzione in tondini di bronzo, sagomati secondo un ritmo ascendente…"
Il Comune ha predisposto l'illuminazione notturna con un faro alogeno: contribuirà non poco a rischiarare il piazzale che diviene, così, autentico punto di riferimento in posizione mediana rispetto all'isola, al crocevia tra Murazzi e laguna.

"L'installazione della statua non riveste unicamente un significato devozionale - tiene a precisare Giorgio Bortoli - è un aspetto dell'arredo urbano, un invito a moltiplicare iniziative di questo tipo al Lido, da troppi anni autentica terra bruciata in tal senso. Basti il paragone il paragone con Mestre, ex città operaia, ex dormitorio, oggi centro vivibile grazie ad interventi che stanno profondamente modificando il tessuto urbano". E' giusto rammentare allora la "fontana" progettata da Bortoli, approvata dall'assessorato ai Lavori pubblici, destinata ad arredare il piazzale delle "case rosse" (alloggi Iacp e comunali).

L'opera è ancora sospesa nel limbo delle buone intenzioni per mancanza di fondi. Un appuntamento importante dunque, quello di mercoledì 11, giunto a coronamento di un calvario burocratico durato più di un anno e che ha visto il progetto salire e scendere le "dure" scale dell'assessorato all'Edilizia privata e della Salvaguardia ai Beni Ambientali.

(Prof. Sandro Menegazzo)

1985


LA NUOVA VENEZIA
Mercoledì 3 luglio 1985

Esposta in Vaticano - La statuetta donata dalla Fenice

La Scultura Sacra, dell'artista ventisettenne veneziano, Giorgio Bortoli, donata al Papa (in occasione della sua visita qui in città) dal personale di sala del Teatro La Fenice (il regalo è stato atto, al termine del concerto fatto in suo onore) dal titolo dell'opera: "No alla seconda crocifissione", verrà esposta nel museo Vaticano a Roma.

L'opera raffigura un Cristo risorto, che si protende tutto verso il cielo, volendo fare da faro, illuminando il mondo intero, dando pace e speranza.La scultura di 50 cm è completamente scolpita in legno di pino marittimo, ad esclusione di una piccola croce fatta di bossoli saldati fra loro, provenienti dall'altopiano di Asiago e Tonezza, residuati bellici della grande guerra '15 - '18, raccolti dall'artista stesso.

Giorgio Bortoli dipendente del Teatro, ha esposto alla Bevilacqua La Masa e fa parte di un noto gruppo di arti visive veneziano.

E' stato iniziato artisticamente dal maestro Murer, conosciuto nei boschi di Falcade, scomparso in questi giorni, allievo inoltre del professor Borsato suo incitatore. Una sua scultura è collocata perennemente nella chiesa di S. Rocco a Venezia, voluta dal rettore monsignor Fusato.

Attualmente, sta lavorando alla creazione di una grande scultura, che dovrebbe essere collocata in una chiesa del Lido, dove l'artista risiede.

Nella foto Interpress: la statuetta mentre viene donata a Karol Wojtyla.